L’irresistibile ascesa del manager colligiano (fratello del candidato sindaco del centrosinistra) da Costume National a Valentino, passando per Zegna e Prada, e che oggi rientra in Gucci
di Simona Pacini
Il suo ingresso nel mondo della moda? “È successo per sbaglio, vivo ogni giorno con la sindrome dell’impostore”. Alessio Vannetti, colligiano, fino a poche settimane fa Chief Brand Officer della maison Valentino e da oggi Executive Vice President Chief Brand Officer di Gucci, non avrebbe mai immaginato di fare la carriera che ha fatto.
«Ogni volta mi sembra di aver rubato a qualcuno», dice. Per aggiungere subito dopo: «Però ho lavorato tanto. E studiato tanto, anche di nascosto».
È il 2000 quando Vannetti, giornalista musicale a Firenze, parte alla volta di Milano chiamato da Caterina Pazzi, direttrice della comunicazione di Costume National, che lo vuole come assistente.
«Ero un pesce fuor d’acqua - racconta Vannetti - non sapevo distinguere il lino dal cotone. Non conoscevo i nomi dei fotografi, delle modelle. Però, quando stavo ancora a Firenze c’era l’Associazione Tessile Industriali di Prato che faceva dei corsi meravigliosi in zona Novoli alle 10 di sera. Parlavano di tessuti, trame, orditi e io non me ne perdevo uno. A Milano invece scoprii la Libreria della Moda in via Vigevano. Qui trovavi i cataloghi di tutte le aziende, le riviste. E dopocena facevano i corsi sulla storia della moda con docenti come Maria Luisa Frisa, Benedetta Barzini, Anna Piaggi».
«Tante altre cose poi le ho lette per passione, man mano che andavo avanti. Come Diane Vreeland, direttrice di Vogue prima di Anna Wintour. È sua la frase ‘Non date ai lettori quello che vogliono ma quello che non sanno di volere’. La sintesi del marketing, praticamente».
Alessio Vannetti è un colligiano cresciuto a Scarna. Il fratello Riccardo, anch’egli con una carriera internazionale tra moda e mondo del lusso, è stato appena candidato a sindaco di Colle dal centrosinistra.

Alessio, prima di Valentino, è stato responsabile della comunicazione mondiale di Gucci, maison in cui rientra dopo tre anni e mezzo, di Ermenegildo Zegna, e prima ancora di Prada.
«È stato molto faticoso all’inizio - confessa -. Allora guardavo al mondo della moda con atteggiamento snobistico. Li guardavo e pensavo, io non vi appartengo, sono migliore di voi. Poi in realtà, scopri che è un’industria meravigliosa, inventata in Italia. Il Pret-à-porter, che replica a livello industriale le creazioni dei grandi stilisti, si deve a Walter Albini, anche se non è mai stata chiarita la diatriba sul primato con Yves Saint Laurent e la sua Rive Gauche».
«La cosa bella è che ho imparato col tempo a rinunciare ai pregiudizi che avevo - continua - in fondo ero sempre un ragazzo che arrivava da Colle Val d’Elsa. Poi ho avuto delle esperienze da non credere. In Costume National l’art director FAN, Francesca Alfano Miglietti, mi ha fatto conoscere Orlan, la body artist degli anni ‘90. E siccome Ennio Capasa, il fondatore della griffe, era un grande appassionato di musica pop e rock, ogni volta che passavano da Milano personaggi come Bruce Springsteen, gli U2, Madonna, si fermavano da no».

Quella con Costume National è stata un’esperienza breve, ma importantissima per Vannetti.
«Caterina Pazzi veniva da un mondo diverso, dalla comunicazione del Guggenheim Museum di New York, tutti i contatti che aveva con artisti e creativi li riversava in azienda. Una sera per caso abbiamo inventato una rivista, Virus, sovradimensionata e stampata a 5 colori. In ogni numero c’era almeno un po’ di oro o di argento. All’inizio Costume era l’unico sponsor, poi arrivarono Prada, Comme des Garçons e altri…».
Purtroppo l’azienda e la rivista dovettero chiudere. Ma Vannetti passò allo studio di pubbliche relazioni Le Van Kim, associato con l’agenzia internazionale KCD.
«Qui il lavoro era tutto diverso. Ogni giorno ti trovavi a doverti occupare di tantissimi clienti: dedicavi cinque minuti a Superga e i cinque minuti successivi a Helmut Lang. E subito dopo pensavi a Comme des Garçons e poi a Fila. Una vera schizofrenia a livello mentale, ma al tempo stesso mescoli mondi diversi e crei interessanti situazioni di co-branding».
Non la finiresti mai di ascoltare i racconti di Alessio, seduto nel giardino pieno di animali della sua casa milanese. Nell’inquadratura del telefono, alle sue spalle, appare una micro casetta colorata. «Ah, quella. È una casetta per api solitarie, le impollinatrici per eccellenza».

Hai mai pensato di scrivere un libro?
«Se lo facessi probabilmente sarebbe un libro meraviglioso. Negli ultimi venticinque anni ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi designer: Rey Kawakubo, Helmut Lang. E in azienda con Stefano Pilati da Zegna, con Miuccia Prada, Alessandro Michele da Gucci, Pierpaolo Piccioli da Valentino. Mi sono trovato esposto a tantissime cose che sono diventate ormai leggenda. Un amico americano, regista e produttore di grandi serie televisive, me lo dice sempre, scherzando. Appena scrivi un tuo libro ci faccio uno sceneggiato».
Racconta.
«Per esempio, quando con Alessandro Michele abbiamo organizzato la sfilata di Gucci in cinque giorni. Ero appena arrivato e dovevo parlare con Frida Giannini, la direttrice creativa, a Roma. Stavo facendo anticamera da ore quando ricevo una telefonata dell’ad. ‘Frida sta uscendo’. Va bene, dico, ci parlo quando rientra. ‘Non hai capito, sta uscendo dall’azienda’. C’erano da organizzare due sfilate in pochi giorni e io non conoscevo nessuno. ‘Una soluzione si trova’, mi disse. Sul treno per Milano mi chiama Alessandro Michele, il nuovo direttore creativo. Prendiamo accordi per la sfilata. ‘Facciamo qualcosa di più piccolo e semplice, seguiamo un concetto preciso e un casting preciso”. Ma abbiamo cinque giorni… ‘Vedrai, ce la facciamo’. Alla fine ce l’abbiamo fatta, con una sfilata che ha lasciato un segno indelebile nel mondo della moda, che ha segnato un cambiamento nell’estetica. E io ero lì».

Alessio Vannetti, nonostante tutto, non ha mai cercato un ruolo da protagonista, pur rivestendo ruoli apicali. «Ho sempre preferito stare dietro le quinte, non per timidezza, ma per lavorare meglio. Mi vedo più in una posizione di manovalanza rispetto a un direttore creativo o a un amministratore delegato. Così come verso i colleghi a cui chiedo di comunicare le varie cose. Negli ultimi anni sono diventato una spokesperson, parlo all’università per conto dell’azienda, ma faccio sempre in modo di non apparire troppo».
Michela Murgia era una tua amica. Chi c’è dietro gli abiti di Valentino da lei indossati?
«Del rapporto personale preferisco non parlare. Fu Piccioli a vestire lei e Chiara Tagliaferri con Red Valentino perché gli piaceva il progetto Morgana, che rispecchiava in pieno i valori dell’azienda. Poi nel ‘21 la linea Red è stata chiusa e quindi Murgia e Tagliaferri si sono vestite Valentino, che è anche producer dell’ultima stagione con Lavazza e Veralab».

Hai lasciato Valentino per seguire altri orizzonti professionali. Oggi, dopo l’esperienza dal 2015 al 2019, ritorni da Gucci.
«Ogni volta è il lavoro a cercare me e non viceversa. Una volta, proprio nei miei primi anni di Gucci, conobbi l’ad di un noto marchio internazionale a una cena. Quando seppe chi ero mi disse ‘non credo che io e te lavoreremo mai insieme’. In realtà, risposi, sono stato contattato da molti marchi internazionali. ‘Non lavoreremo insieme - precisò - perché tu hai un tuo percorso preciso, sei un agente del cambiamento. Le aziende ti chiamano nel momento della trasformazione. Noi non abbiamo bisogno di questo’. Non era una critica insomma».
E Colle Val d’Elsa?
«Io mi sento colligiano fino all’osso, come mio fratello. Abbiamo avuto una vita particolare, abbiamo girato tanto, ma è anche vero che abbiamo portato la colligianità in Italia e all’estero. A Colle sono cresciuto, mi sono formato. Ho frequentato i Salesiani e giocato tanto in piazza Sant’Agostino. Facevo anche il volontario al cinema, staccavo i biglietti. Quando arrivò La Bella e la Bestia ho vissuto momenti di vero panico con l’altro volontario. Arrivò una quantità incredibile di gente, facemmo un incasso folle. Vissi quel momento con terrore, era tutto un girare di contanti, paga e fai il resto, paga e fai il resto, e corri a portarli al bar. Eravamo solo due ragazzini, con tutta quella responsabilità».
foto di copertina di Matteo Bracali
