Dalla ghigliottina alla diretta streaming: quando la pena di morte diventa uno show
L’annuncio che la fucilazione di Nidal Hasan, autore della strage di Fort Hood, dove nel 2009 uccise 13 persone, sarà pubblica e trasmessa in diretta streaming dalla base texana ci fa fare un violento salto indietro nel tempo, fino al 1789. La ghigliottina, simbolo della Rivoluzione francese, e la folla radunata in piazza per assistere all’esecuzione del condannato lasciano il posto, nel 2026, ai fucili pronti a fare fuoco a Fort Hood e a una platea virtuale che si darà appuntamento sul web per assistere all’esecuzione. Magari comodamente seduta in poltrona, a casa, con un panino in bocca e il cellulare in mano, pronta a immortalare e condividere ogni istante. La morte diventa così uno show e la fine di una vita si consegna, per sempre, alla rete.
“Con questa vicenda e pensando alle esecuzioni pubbliche- spiega all’agenzia Dire il presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia (Sinpf), Claudio Mencacci– sono state portate molto indietro le lancette dell’orologio. Quello che mi ha colpito è proprio il voler tornare a una sorta di rituale collettivo, che era stato condannato e abbandonato perché, di fatto, queste esecuzioni pubbliche facevano male alle persone che assistevano. Chi oggi ripropone questo rituale collettivo ha probabilmente l’idea di rafforzare la coesione e l’identità come gruppo, un fatto che sembra molto nelle corde di questa amministrazione. E, nel contempo, va a stimolare sempre più quei bisogni collettivi di vendetta, quella divisione esistente tra il bene e il male, e il concetto che la società è più forte di chi viola le sue regole”.
Mencacci si sofferma poi sulla differenza esistente, a livello educativo e psicologico, tra punire per dare un esempio ed educare al rispetto della vita, con uno sguardo sui giovani. “Questo- sottolinea- è il punto centrale dell’evoluzione delle società. L’intenzione di trasformare la condanna pubblica in uno strumento educativo riapre un grande pericolo: la facilità con cui una violenza, quando viene presentata come giusta, può favorire l’accettazione di altre violenze. Ci ritroviamo così, ancora una volta, su quel crinale in cui la violenza, come dimostrano ormai innumerevoli esempi, diventa l’unico strumento di confronto“.
Una dinamica, precisa il presidente della Sinpf, che apre a un interrogativo: “Come gestire quei bisogni di vendetta che vengono stimolati in questa maniera? Dietro la logica della vendetta passa anche l’idea che punire pubblicamente chi ha commesso un reato significhi garantire maggiore sicurezza e rafforzare la coesione sociale. La cultura della vendetta non va alimentata, ma i giovani vanno aiutati a capire la differenza tra giustizia e vendetta, che sono due cose totalmente diverse: la vendetta è legata all’idea di far soffrire chi ha fatto soffrire. La giustizia, invece, significa certamente accertare le responsabilità e applicare la giusta condanna, perché chi infrange una regola deve risponderne. Ma, quando possibile, vuol dire anche contribuire alla sua riparazione”.
La giustizia, spiega lo psichiatra, è chiamata “a proteggere le persone, ad applicare regole proporzionate e, soprattutto – a volte lo dimentichiamo – a prevenire nuove violazioni perché il torto non accada di nuovo. I giovani devono sapere che è fondamentale che la persona che ha subito il torto venga protetta e, nel contempo, che la punizione non preveda l’umiliazione”.
Ma quali rischi corre un giovane messo di fronte a una vera e propria spettacolarizzazione di una condanna a morte? “Sembra davvero tutto virtuale- dichiara Mencacci- abbiamo ormai questa confusione tra realtà e digitale che fa sì che anche certe scelte e certe trasformazioni tra il virtuale e il reale abbiano confini eccessivamente labili. In un giovane la fascinazione della morte genera, di fatto, anche molta attrazione e curiosità. E l’epoca del digitale amplifica ulteriormente un processo che c’era anche precedentemente: da un lato c’è lo stimolo della ricerca di emozioni, dall’altro viene messo in atto quel processo di ‘deumanizzazione’ del colpevole che, dunque, non è una persona”.Il presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia tiene poi a sottolineare che “noi abbiamo parlato di adolescenti, ma sono gli adulti a dover essere da esempio. Non si può riprendere un giovane e poi girarsi dall’altra parte e urlare contro un altra persona, o avere manifestazioni di violenza immotivata. Il messaggio deve essere chiaro: chi danneggia, chi reca danno deve essere punito, deve ricevere una giusta sanzione e deve anche contribuire a riparare, ovvero lavorare per ricucire, ristabilire, ricomporre. Non è un fatto secondario. C’è, dunque, bisogno di educare a una coscienza morale, ma non possiamo affidarci solo alla paura e alla condanna a morte pubblica come unici fondamenti della convivenza: una società non può reggersi su questo se non vengono stimolati altri valori, come quelli dell’equilibrio, della giustizia e, ovviamente, del contributo alla riparazione quando possibile”.
La fucilazione di Nidal Hasan in diretta streaming, conclude Mencacci, segna indubbiamente un pericoloso precedente per tutto il mondo. “Mi sembra che ci sia una spinta molto forte all’imitazione, all’emulazione. L’Europa, però, sembra avere anticorpi sufficienti per non spostare le lancette indietro. Ci muoviamo e continueremo a muoverci in un mondo diviso in blocchi, e non dobbiamo dimenticarlo: in tutte le superpotenze è in vigore la pena di morte”.
Fonte Dire.it

