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Torino, guerriglia urbana per Askatasuna: scontri, feriti e il fantasma di Genova

Torino, guerriglia urbana per Askatasuna: scontri, feriti e il fantasma di Genova

di Yuleisy Cruz Lezcano

Ieri, sabato 31 gennaio, il corteo nazionale contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna a Torino è degenerato in violenze urbane, incendi, lanci di bombe carta e scontri con le forze dell’ordine. La mobilitazione, partita da tre punti della città con migliaia di persone, ha visto gruppi antagonisti staccarsi dal percorso principale e avviare una guerriglia in piena regola con calci, pugni e colpi di martello contro un agente di polizia, ferito gravemente e ricoverato in ospedale.

Nel pomeriggio, la manifestazione, nata in risposta allo sgombero del centro sociale di corso Regina Margherita del 18 dicembre e presentata dagli organizzatori come un momento di protesta contro il governo e le politiche sugli spazi sociali, ha visto tensioni crescere fino a diventare scontri diffusi. Alcuni partecipanti hanno dato alle fiamme cassonetti e un blindato della polizia, costringendo le forze dell’ordine a rispondere con lacrimogeni e idranti. Nel bilancio ci sono decine di feriti tra le forze dell’ordine, alcuni manifestanti contusi, e diversi arresti. La premier Giorgia Meloni ha definito “inaccettabili” le violenze, sostenendo che uno sgombero legittimo è stato usato come pretesto per attacchi allo Stato.

Il richiamo storico: l’ombra del G8 di Genova

I fatti di Torino richiamano per molti la memoria del G8 di Genova del 2001, quando proteste contro il vertice dei leader mondiali degenerarono in violenze diffuse, con scontri prolungati tra manifestanti e forze dell’ordine, e l’uccisione del manifestante Carlo Giuliani da parte della polizia. Quel contesto è stato ampiamente studiato nella letteratura accademica come esempio di
frattura tra piazza e istituzioni: i ricercatori hanno mostrato come la percezione del comportamento dei manifestanti da parte delle forze dell’ordine, e viceversa, possa trasformare una manifestazione pacifica in un conflitto violento, soprattutto quando le identità di “protesta” e “ordine” vengono reciprocamente criminalizzate dai media e dalle autorità.

La “piramide della violenza” e le tensioni sociali

Negli studi sociologici sulla violenza collettiva una lente utile è quella della “piramide della violenza”, concetto che suggerisce come atti violenti di massa nascano da un insieme di fattori preesistenti: tensioni sociali profonde, delegittimazione reciproca tra gruppi, deterioramento della fiducia nelle istituzioni e dinamiche di gruppo che spingono alla radicalizzazione. Quando manifestanti e polizia si vedono l’un l’altro come “nemici”, la violenza può diventare un mezzo simbolico per riaffermare identità e richieste politiche, con effetti distruttivi sulla convivenza civile e sul patto sociale.

Fiducia, legittimità e fratture tra Stato e piazza

Filosofi e studiosi delle dinamiche collettive (come Norbert Elias nella sua teoria sulla civilizzazione dei costumi) hanno sottolineato che la violenza non è mai solo un atto fisico isolato, ma una relazione tra gruppi e istituzioni, influenzata dal grado di fiducia reciproca e dalla percezione di legittimità del potere. Quando si indebolisce la fiducia politica, aumenta la percezione
di ingiustizia, e con essa la giustificazione psicologica della violenza come risposta legittima alla repressione percepita. In questo senso, il corteo di Torino non può essere letto soltanto come un episodio di degenerazione violenta: è anche un indice di fragilità sociale, in cui una larga fetta di partecipanti contesta non solo uno sgombero, ma più in generale l’idea di ordine percepito come
oppressivo. Parallelamente, la reazione delle istituzioni, che a volte etichettano rapidamente i partecipanti violenti come “nemici dello Stato”, può alimentare ulteriori chiusure identitarie e spinte all’escalation, riproponendo dinamiche già viste in episodi storici come Genova 2001.

Il nodo per le scienze sociali: capire per prevenire

Per studiosi delle scienze sociali, il nodo non è solo giudicare l’atto violento in sé, ma capire come risposte istituzionali e percezioni collettive si intreccino in un circolo che può aumentare la conflittualità. In periodi di crisi economica, politica e culturale, quando la fiducia nelle politiche e nelle élite diminuisce, le tensioni possono trasformarsi rapidamente in scontro fisico: la violenza sociale si genera tanto dalla percezione di ingiustizia quanto dalla percezione di illegittimità delle istituzioni.

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