Aggressione sul lavoro: quando la violenza contro i sanitari diventa una ferita collettiva
Due mesi fa, negli ambulatori dell’ospedale Maggiore di Bologna, una collega infermiera è stata aggredita durante il servizio. Una violenza fisica e verbale che ha lasciato segni profondi: graffi, gli occhiali scaraventati a terra e, soprattutto, conseguenze psicologiche che l’hanno costretta a oltre un mese di convalescenza.
Non è un episodio isolato. Sempre più spesso medici, infermieri e operatori sanitari raccontano di essere esposti quotidianamente a insulti, minacce e atteggiamenti aggressivi. L’aggressione verbale, purtroppo, rischia di essere percepita come una parte inevitabile del lavoro in sanità. Ma il confine tra parole e violenza fisica può essere molto sottile: in molti casi dalle minacce si passa rapidamente alle mani.
Quello che dovrebbe essere un luogo di cura diventa così un ambiente in cui chi assiste i pazienti è costretto anche a difendersi.
Cosa fare dopo un’aggressione sul luogo di lavoro
Subire un’aggressione durante il proprio turno è un’esperienza traumatica. Sapere come comportarsi subito dopo l’evento è fondamentale per tutelarsi e permettere che quanto accaduto venga riconosciuto e perseguito.
Il primo passo è documentare immediatamente i fatti. È importante rivolgersi alle Forze dell’Ordine per presentare denuncia o segnalazione dell’accaduto, fornendo ogni elemento utile: testimonianze, referti medici, eventuali immagini delle telecamere di sicurezza e una descrizione dettagliata della dinamica.
Negli ultimi anni il legislatore ha introdotto norme specifiche per rafforzare la tutela degli operatori sanitari aggrediti durante il servizio, prevedendo un trattamento più severo per le aggressioni commesse ai danni del personale sanitario e rendendo più efficace l’intervento dell’autorità giudiziaria.
Dopo la denuncia è altrettanto importante compilare la segnalazione interna prevista dall’azienda sanitaria, conservandone una copia con data e ricevuta di consegna. Questa documentazione può diventare essenziale per ricostruire l’accaduto e valutare eventuali responsabilità.
È inoltre necessario recarsi presso una struttura sanitaria per certificare eventuali lesioni fisiche e chiedere l’attivazione dei percorsi di supporto psicologico previsti per chi subisce episodi traumatici.
Le responsabilità dell’aggressore
Le aggressioni ai professionisti sanitari possono comportare conseguenze penali rilevanti. La normativa italiana prevede aggravamenti di pena quando la vittima è un operatore sanitario impegnato nello svolgimento delle proprie funzioni.
Oltre alle conseguenze per lesioni personali, possono configurarsi altri reati, come minacce, danneggiamento delle strutture sanitarie o interruzione di pubblico servizio, a seconda della gravità dei fatti.
Un elemento sempre più importante nelle indagini è rappresentato dalle immagini di videosorveglianza. Le registrazioni possono costituire una prova decisiva per identificare l’autore dell’aggressione e ricostruire con precisione la dinamica dell’episodio.
Il ruolo della videosorveglianza negli ospedali
Le telecamere all’interno delle strutture sanitarie possono avere una funzione fondamentale nella prevenzione e nell’accertamento delle aggressioni, ma devono essere installate e utilizzate nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali.
Chi entra in una zona sottoposta a videosorveglianza deve essere informato in modo chiaro della presenza delle telecamere e dell’area interessata dalla ripresa. Non è necessario indicare la posizione esatta del dispositivo, ma deve essere possibile comprendere quali spazi siano controllati.
Particolare attenzione riguarda la conservazione delle immagini. Il principio generale è quello della minimizzazione dei dati: le registrazioni non devono essere conservate più a lungo del necessario. Tuttavia, negli ambienti sanitari dove possono verificarsi aggressioni o episodi denunciati anche dopo alcuni giorni, una corretta organizzazione del sistema può essere essenziale per garantire la disponibilità delle prove.
Per questo motivo le aziende devono progettare gli impianti valutando attentamente tempi di conservazione, accesso alle immagini e procedure interne, prevedendo anche figure responsabili della gestione del materiale video quando necessario.
Anche l’azienda può avere responsabilità
Molti lavoratori non sanno che, in alcune situazioni, oltre all’azione contro l’aggressore può essere valutata anche una responsabilità del datore di lavoro.
L’articolo 2087 del Codice Civile impone infatti al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie per proteggere l’integrità fisica e psicologica dei dipendenti. Se un’aggressione avviene in un contesto caratterizzato da carenze organizzative già segnalate, mancanza di adeguate misure preventive, personale insufficiente o assenza di protocolli di sicurezza, possono emergere profili di responsabilità.
Segnalare preventivamente situazioni di rischio attraverso comunicazioni scritte, moduli aziendali o altre forme documentabili può diventare importante per dimostrare che il problema era conosciuto. Non può diventare normale essere aggrediti mentre si cura. La violenza contro medici e infermieri non può essere considerata un semplice “rischio del mestiere”. Chi lavora nella sanità offre assistenza, competenza e presenza umana nei momenti più difficili delle persone: non può farlo vivendo nella paura di essere insultato o colpito.
La sicurezza degli operatori sanitari è parte integrante della qualità del servizio sanitario. Difendere chi cura significa proteggere anche i pazienti e il diritto di tutti a un’assistenza svolta in condizioni dignitose e sicure.
Immagine di copertina elaborata con IA

