L’America dell’immigrazione tra repressione, proteste e terrore quotidiano
di Yuleisy Cruz Lezcano
Negli Stati Uniti l’immigrazione è tornata a essere non solo un tema politico centrale, ma una frattura profonda che attraversa la società, ridefinendo confini, diritti e paure quotidiane. Gli eventi delle ultime settimane hanno accelerato un processo già in atto, trasformando l’insicurezza in una condizione permanente per milioni di persone, in particolare all’interno della comunità latinoamericana.
L’8 gennaio 2026 la morte di Renée Good, cittadina statunitense di 37 anni, uccisa da un agente dell’ICE durante un’operazione federale a Minneapolis, ha rappresentato uno spartiacque. Colpita mortalmente mentre tentava di allontanarsi in auto, la sua uccisione è stata giustificata dalle autorità come un atto di autodifesa, decisione che ha portato il Dipartimento di Giustizia a non procedere penalmente contro l’agente coinvolto. Video amatoriali e testimonianze hanno però alimentato dubbi e indignazione, facendo esplodere proteste in numerose città statunitensi. Per molti, la vicenda di Renée Good non è stata un incidente isolato, ma il simbolo di una politica migratoria sempre più aggressiva, dove il confine tra controllo e violenza appare sempre più labile.
Le proteste successive hanno trovato una risposta altrettanto dura. Il 9 gennaio, a Santa Ana, in California, durante una manifestazione contro l’ICE davanti a un edificio federale, Kaden Rummler, studente universitario di 21 anni, è stato colpito al volto da un proiettile “meno letale” sparato a distanza ravvicinata da agenti federali. Rummler teneva un megafono e stava gridando slogan quando è stato centrato. L’intervento chirurgico a cui è stato sottoposto è durato sei ore; ha riportato fratture craniche e la perdita permanente dell’occhio sinistro. L’uso di armi cosiddette non letali contro manifestanti disarmati ha sollevato nuove accuse di repressione e di criminalizzazione del dissenso, rafforzando l’idea che la gestione dell’immigrazione sia ormai intrecciata a una più ampia deriva autoritaria.
Intanto, lontano dai riflettori delle proteste, la paura ha iniziato a rimodellare la vita quotidiana di intere comunità. In molte città e aree rurali, famiglie latinoamericane raccontano di non uscire più di casa se non per necessità estrema. Alcuni non vanno a lavorare, altri tengono i figli a casa da scuola. C’è chi evita supermercati, ospedali e luoghi pubblici, affidandosi ad amici o conoscenti per fare la spesa, per timore di controlli, arresti o deportazioni. Questa paura non riguarda solo chi è privo di documenti: sempre più spesso coinvolge anche cittadini statunitensi di origine latinoamericana, fermati o interrogati esclusivamente per il loro accento o per il colore della pelle.
Emblematiche sono le testimonianze di cittadini naturalizzati che raccontano irruzioni nelle proprie abitazioni senza mandato, arresti temporanei e umiliazioni pubbliche. In un caso raccontato ai media, un uomo di origine venezuelana, cittadino statunitense da anni, è stato portato via con la forza davanti alla figlia di cinque anni perché non aveva esibito immediatamente i documenti. La bambina, secondo il racconto del padre, ha sviluppato un trauma tale da rifiutarsi di uscire di casa o tornare a scuola. Episodi simili, pur non sempre registrati ufficialmente, contribuiscono a diffondere l’idea che nessuno sia davvero al sicuro, nemmeno chi ha seguito tutte le procedure legali.
I dati sulle deportazioni confermano un cambio di passo drastico dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, dal 2025 si contano centinaia di migliaia di deportazioni formali, a cui si aggiungono milioni di “uscite volontarie”, spesso motivate da pressioni indirette, paura o impossibilità di condurre una vita normale. Analisi indipendenti parlano di una migrazione netta negativa, un fenomeno che gli Stati Uniti non registravano da decenni. Molte delle persone deportate non avevano precedenti penali e vivevano nel Paese da anni, con legami familiari e lavorativi consolidati.
Sul confine sud, intanto, continua a consumarsi una tragedia silenziosa. Nel deserto dell’Arizona e lungo le rotte migratorie, vengono rinvenuti corpi senza nome, spesso impossibili da identificare per lo stato di decomposizione e per la mancanza di documenti. Organizzazioni umanitarie stimano che migliaia di migranti siano morti negli ultimi anni tentando di attraversare la frontiera, mentre centinaia di resti umani restano senza identità, privando le famiglie perfino della possibilità di un lutto. La militarizzazione del confine e le politiche di deterrenza non hanno fermato i flussi migratori, ma li hanno resi più pericolosi e mortali.
A rendere il quadro ancora più complesso è la frattura interna alle stesse comunità latinoamericane. Accanto alla paura e alla solidarietà, emerge un atteggiamento di difesa individualista: alcuni, anche con cognomi e origini latine, tendono a colpevolizzare le vittime, a giustificare l’operato dell’ICE e a sostenere che “basta mostrare i documenti” o “ringraziare il Paese che ti ha accolto”. Questo fenomeno è ben noto alla sociologia: in contesti di incertezza economica e sociale, come quello statunitense attuale, le persone sviluppano meccanismi di autodifesa che possono portare a rompere legami etnici, culturali e perfino familiari. L’identificazione con il potere e la distanza dai gruppi più vulnerabili diventano strategie per ridurre l’ansia e preservare un senso di sicurezza personale, anche a costo di negare la realtà vissuta da altri.
La domanda che attraversa oggi il dibattito pubblico è se l’America stia trasformando l’America Latina interna in un nuovo ghetto, non necessariamente delimitato da muri fisici, ma da barriere invisibili fatte di paura, sospetto e isolamento. Le morti al confine, la violenza nelle strade, le case violate, i bambini traumatizzati e le comunità divise indicano che l’immigrazione non è più solo una questione amministrativa: è diventata uno specchio delle contraddizioni profonde degli Stati Uniti contemporanei, un Paese che continua a definirsi terra di opportunità mentre milioni di persone vivono come se ogni uscita di casa potesse essere l’ultima.
