Genitori fragili, bambini invisibili: quando la protezione resta fuori dal sistema
di Yuleisy Cruz Lezcano
Nel lavoro clinico con i minori vittime di abuso o grave trascuratezza, una delle operazioni più delicate è individuare il cosiddetto genitore protettivo: la figura adulta capace, anche solo potenzialmente, di offrire sicurezza, riconoscere il danno e mettere i bisogni del bambino davanti ai propri. Non è un’etichetta che emerge da una dichiarazione, ma il risultato di un’osservazione attenta, progressiva, fatta di micro-segnali, reazioni emotive, capacità di ascolto e disponibilità a cambiare. Un lavoro complesso, lungo altamente specialistico.
Ed è proprio qui che il sistema pubblico mostra tutte le sue fragilità.
Individuare e sostenere un genitore protettivo richiede tempo, continuità, colloqui separati, osservazione delle interazioni familiari, competenze specifiche sul trauma e sull’attaccamento. Tuttavia, nei servizi pubblici per l’infanzia e la famiglia, tutto questo si scontra con una realtà fatta di liste d’attesa interminabili, carichi di lavoro insostenibili e personale insufficiente.
Gli operatori dei servizi territoriali si trovano spesso a dover “gestire l’emergenza”, più che accompagnare processi di cura. La valutazione approfondita delle dinamiche familiari viene compressa in pochi incontri, quando va bene. Nei casi peggiori, non avviene affatto.
Il risultato? Decisioni affrettate, interventi standardizzati, famiglie etichettate più che comprese.
Nonostante l’ampia letteratura scientifica dimostri che un intervento precoce sulla genitorialità fragile riduce il rischio di abuso, disagio psichico e cronicizzazione del trauma, l’approccio preventivo e curativo alle relazioni genitore–bambino non è pienamente riconosciuto nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Questo significa che molti percorsi di sostegno alla genitorialità non sono garantiti, la psicoterapia per genitori e bambini è spesso considerata “non prioritaria”, l’intervento avviene tardi, quando il danno è già strutturato.Si continua a investire più sul controllo che sulla cura, più sulla segnalazione che sulla riparazione.
Nel dibattito pubblico si parla spesso di “famiglia”, ma poco di genitorialità fragile. E ancora meno di cosa significhi sostenere un genitore che è spaventato, è stato a sua volta traumatizzato, fatica a proteggere pur volendo farlo.I servizi dedicati sono pochi, frammentati, spesso affidati a diprogetti a termine. La continuità – pp genitoriale, di ambivalenza affettiva resta difficile anche per le istituzioni. La formazione specifica su trauma, attaccamento e maltrattamento è disomogenea. In alcuni territori eccellente, in altri quasi assente.
La scarsa concorrenza e la mancanza di specializzazione reale fanno il resto: non tutti i professionisti sono adeguatamente formati per lavorare con queste problematiche complesse, ma spesso non esistono alternative accessibili.
Alla fine, il quadro è questo: famiglie in difficoltà lasciate sole, bambini che avrebbero bisogno di adulti più forti e adulti che avrebbero bisogno di un sistema più forte di loro.
Individuare e sostenere un genitore protettivo non è solo un compito clinico. È una responsabilità collettiva. Senza investimenti strutturali, senza riconoscimento nei LEA, senza un reale sostegno alla genitorialità fragile, la protezione dei bambini rischia di restare una buona intenzione.
