| di Yuli Cruz Lezcano |
Scrivo questo articolo con la cautela che impone ogni tempo di guerra dell’informazione, ma anche con la responsabilità di chi non vuole accettare che le immagini sostituiscano il diritto. L’arresto di Nicolás Maduro, così come viene raccontato e soprattutto mostrato, non è solo un fatto politico: è un atto scenico, costruito per parlare al mondo con un linguaggio preciso. Maduro non è semplicemente catturato, ma messo in mezzo agli uomini della DEA. E il messaggio, brutale e chiarissimo, è uno solo: abbiamo arrestato un narcotrafficante.
L’immagine che circola — e che resterà impressa più delle parole — è studiata nei minimi dettagli. Maduro appare fisicamente contenuto, circondato da uomini armati, tute operative, giubbotti tattici, volti duri, nessun simbolo diplomatico, nessuna cornice istituzionale. Non è l’arresto di un capo di Stato: è la messa in scena della caduta di un criminale. Il corpo diventa prova, il contesto diventa sentenza. La fotografia parla prima di qualsiasi tribunale, prima di qualsiasi indagine internazionale. È una foto che non chiede di essere capita, chiede di essere creduta.
Qui entra in gioco ciò che potremmo chiamare i “vari ordini di pace”, o meglio, i diversi linguaggi con cui la pace viene invocata e tradita. C’è la pace del diritto internazionale, quella fondata sulla Carta delle Nazioni Unite, sul principio di sovranità, sul divieto dell’uso della forza e sull’obbligo di risoluzione pacifica delle controversie. Questa pace, nel caso venezuelano, viene sospesa, ignorata, aggirata. Non c’è un mandato internazionale condiviso, non c’è un processo multilaterale trasparente: c’è l’azione diretta di una potenza che si arroga il diritto di giudicare e intervenire. Poi c’è la pace securitaria, quella che si fonda sulla narrazione della lotta al narcotraffico, al terrorismo, al “male assoluto”. È una pace che giustifica tutto, perché trasforma l’avversario politico in nemico morale. Se Maduro è un “narcos”, allora non è più un presidente. Se non è più un presidente, allora non esiste violazione della sovranità. È una logica antica e pericolosa, già vista in America Latina, in Medio Oriente, in Africa: prima si delegittima, poi si colpisce, infine si mostra il trofeo.
Infine, c’è la pace dell’opinione pubblica occidentale, quella che deve essere tranquillizzata. La foto serve a questo. Serve a dire: non abbiamo invaso un Paese, abbiamo fatto un’operazione di polizia internazionale. Serve a spostare il campo semantico dalla guerra alla giustizia, dall’aggressione all’arresto. Ma questa è una pace artificiale, costruita sulla confusione dei ruoli e sulla spettacolarizzazione del potere.
Si parla molto, in queste ore, di un possibile accordo, di una resa negoziata, di un patteggiamento che avrebbe consentito a Maduro di “salvare la faccia”. È una narrazione che rassicura, perché rende l’evento più ordinato, quasi elegante. Ma appare poco credibile. Non solo perché l’immagine diffusa contraddice l’idea di una resa concordata, ma perché la logica stessa dell’operazione sembra escludere ogni forma di compromesso. Se l’obiettivo era costruire la figura del “narcos arrestato”, allora non c’era spazio per una uscita onorevole. L’onore, in questa messa in scena, non è previsto.
Maduro, che piaccia o no, non si è mai presentato come un uomo disposto al martirio. Non è Allende, e non vuole esserlo. Ma proprio per questo rischia di diventare qualcosa di ancora più potente sul piano simbolico: un eroe tragico per le masse latinoamericane, non perché impeccabile, ma perché umiliato da una potenza straniera. Gli Stati Uniti, forse senza rendersene conto, stanno rafforzando una narrativa storica profondissima: quella dell’impero che entra, giudica, prende e se ne va, lasciando dietro di sé rabbia, memoria e resistenza.
L’uso della DEA in questo contesto non è neutro, è un segnale politico fortissimo. Significa dire che il conflitto non è ideologico, ma criminale; non è geopolitico, ma giudiziario. Eppure, è proprio questa sovrapposizione a rendere l’operazione inquietante. Quando un’agenzia antidroga diventa strumento di ridefinizione degli equilibri internazionali, il confine tra giustizia e dominio si dissolve.
La comunità internazionale, ancora una volta, appare divisa e timorosa. Le grandi capitali europee parlano di preoccupazione, di monitoraggio, di invito alla calma. Ma la calma, quando un presidente viene portato via da uomini armati stranieri, è una parola vuota. L’Europa rischia di accettare questo precedente per convenienza o per impotenza, senza rendersi conto che lo stesso schema potrebbe essere applicato altrove. Oggi Caracas, domani chi?
E la Cina osserva. Non interviene, non condanna apertamente, non approva. Aspetta. Sa che ogni crepa nell’ordine internazionale basato su regole condivise è un precedente spendibile. Sa che il mondo che emerge non è multipolare per equilibrio, ma per competizione permanente. La libertà, in tutto questo, appare come una figura stanca ma ancora necessaria. Non è l’uomo ammanettato nella foto, né quelli che lo circondano con le armi. La libertà è ciò che manca quando un popolo non può riconoscersi nelle immagini che lo rappresentano. È ciò che viene sottratto quando la narrazione è già decisa prima ancora che i fatti vengano discussi.
Questa non è una distribuzione di valori, né una missione di pace. È una redistribuzione del potere globale, dichiarata, rivendicata, spettacolarizzata. E finché continueremo a confondere la giustizia con la forza e la pace con la vittoria, nessuna foto potrà davvero convincerci di essere dalla parte giusta della storia.
