Guerra in Ucraina, il (non) incontro di Istanbul non ha portato a nulla. E adesso?
di Diego Monaci
La proposta di un incontro diretto tra Putin e Zelensky era arrivata dall’ucraino domenica 11 per giovedì 15 maggio ed aveva suscitato speranze per una soluzione al conflitto. Nei giorni precedenti, i due proponevano negoziati ma in modi diversi: l’ucraino intendeva farli durante un cessate il fuoco di 30 giorni, il russo durante i combattimenti. Zelensky ha fatto molti passi verso la posizione russa, data la sua posizione sfavorevole e le pressioni di Trump verso una pace, concedendo la Crimea alla Russia e la promessa di non aderire alla Nato. Ma Putin vorrebbe anche tutti i territori delle quattro province che avrebbe teoricamente annesso, anche quelli che non ha ancora effettivamente occupato. Le parti, quindi, erano distanti, ma un incontro bilaterale ad altissimi livelli mediato dal presidente turco Erdogan poteva ammorbidire direttamente le posizioni.
Trump accoglieva favorevolmente questa iniziativa, con la speranza di poter raggiungere velocemente un accordo, e paventava la sua presenza ai negoziati.
Mercoledì però il Cremlino ha fatto sapere che Putin non avrebbe partecipato ai colloqui di Istanbul. Neanche Lavrov, il ministro degli esteri russo, avrebbe fatto parte della delegazione. Affidata invece al consigliere ex ministro della cultura Vladimir Medinskij, che nel 2022, alle prime fasi della guerra, negoziò un accordo con l’Ucraina che prevedeva una sostanziale riduzione della sovranità del Paese. Ma che il ritiro russo da Kiev fece fallire. Si tratta di una delegazione di medio-basso livello, forse con il proposito di sminuire la controparte ucraina. Anche Donald Trump, in viaggio in Medio Oriente, appresa la notizia, ha fatto sapere che non avrebbe partecipato ai negoziati, ma che avrebbe inviato il segretario di stato Marco Rubio.
Voglia di pace ma senza troppo impegno per costruirla
Prevale il pessimismo e la delusione, soprattutto da parte di Trump, il quale ha affermato che non ci saranno sviluppi fino a quando lui e Putin non ne parleranno di persona. Da Kiev e dalle capitali europee arrivano accuse alla Russia di non volere la pace, invocando nuove sanzioni se non verrà raggiunto un accordo. Giovedì, il giorno dell’incontro, Zelensky è volato ad Ankara ed ha incontrato Recep Tayyip Erdogan, focalizzati entrambi a raggiungere un accordo che possa fermare la guerra in Ucraina. Il presidente ucraino ha annunciato poi che non avrebbe partecipato ai colloqui ad Istanbul ed ha affidato la delegazione al ministro della difesa Rustem Umjerov. L’incontro viene spostato alla mattina successiva; Medinskij era l’unico ottimista ed ha affermato che ci saranno dei compromessi.
L’incontro è cominciato finalmente venerdì 16 all’ora di pranzo. Si comprende perché Putin ha scelto Medinskij per guidare la delegazione: le richieste fatte a Kiev sono quelle che propose lo stesso ex ministro della cultura russo nel 2022. Inoltre, per raggiungere un cessate il fuoco, viene chiesto il ritiro dell’esercito ucraino dalle quattro province annesse dalla Russia. La posizione russa, quindi, non è cambiata e i compromessi non ce ne sono. Gli ucraini ritengono le richieste inaccettabili. L’unico passo in avanti dell’incontro è l’accordo sullo scambio di mille prigionieri per parte.
Non certo l’esito che avrebbero voluto tutti, ma che ci si aspettava. Trump, la mattina del 16, era ripartito da Doha, ma invece di atterrare ad Istanbul è tornato a Washington, non facendosi illusioni.
A cosa punta la Russia?
La Russia, ad oggi, non propone compromessi. A cosa punta? La guerra non ha giocato certamente a suo favore nelle relazioni internazionali, perdendo drasticamente contatto con i Paesi europei sia a livello politico che a livello economico, sbilanciandosi verso la Cina, che compra adesso le materie prime russe a un prezzo nettamente più favorevole. E che attira sempre di più quei Paesi che qualche anno fa erano il cortile di casa di Mosca, vale a dire i Paesi centro asiatici. Anche sul campo di battaglia, i progressi russi sono minimi, nonostante le centinaia di migliaia di perdite russe. Lo zar russo prende tempo perché la nuova amministrazione americana ha fretta di chiudere la guerra, anche a costo di concessioni amare, e il rapporto tra Trump e Zelensky non è certo idilliaco. In più, la guerra si combatte in territorio nemico, che non è un dettaglio.
Da Europa e Usa nuove sanzioni: avranno effetto?
Von Der Leyen ha già annunciato l’ennesimo pacchetto di sanzioni verso la Russia. Anche Trump, considerato poco tempo fa piuttosto accondiscendente verso Putin, ha minacciato nuove sanzioni. In questi tre anni non hanno sortito alcun effetto nell’atteggiamento russo ma, secondo il Wall Street Journal, il contesto è cambiato e oggi il colpo potrebbe essere più forte, principalmente per due ragioni: l’offerta di petrolio mondiale è aumentata più in fretta della domanda e la domanda della Cina, il principale cliente della Russia, cresce molto lentamente e le infrastrutture che collegano i due paesi sono insufficienti per soddisfare la domanda cinese.
Nonostante il fatto che i colloqui non abbiano portato a niente, le due delegazioni si sono dette fiduciose riguardo un incontro futuro tra Putin e Zelensky, ma le richieste russe sono molto dure. Si vedrà chi vincerà il braccio di ferro.

