Il verde non è un arredo, è salute pubblica: così alberi e boschi ci salveranno dalle bolle di calore
POGGIBONSI – Con le estati sempre più roventi e il fenomeno delle "isole di calore" che soffoca i centri abitati, la gestione del verde non è più una semplice questione decorativa o estetica: è una vera e propria emergenza di salute e sicurezza pubblica. A confermarlo, numeri ed evidenze scientifiche alla mano, è Rosanna Zari, nota agronoma di Poggibonsi con un’ampia esperienza sul campo e nella pianificazione territoriale.
«È dimostrato da rigorosi studi scientifici che la presenza di parchi e alberi in città è in grado di abbassare le temperature ambientali anche di 3-4 gradi», spiega Zari. Ma per ottenere questo scudo termico non servono grandi cattedrali nel deserto cementificato: la chiave risiede nella diffusione capillare. Piccoli parchi di quartiere, siepi, viali alberati e persino la vegetazione nei cortili condominiali creano una rete d'ombra e microclima fondamentale per mitigare la morsa del caldo.
Lo scudo contro i veleni dell'aria e lo stress
L'azione termoregolatrice è solo una parte dei benefici. In grandi metropoli come Roma o Milano, ma anche nei centri urbani di medie dimensioni, la vegetazione funge da vero e proprio filtro biologico contro lo smog generato da traffico, riscaldamenti e condizionatori.
«Gli alberi e gli arbusti assorbono le polveri sottili come Pm10 e Pm2.5, ma abbattono anche inquinanti gassosi nocivi come gli ossidi di azoto (NOx), la anidride solforosa (SO2) e l'ozono organico (O3)», precisa l'esperta.
A questo si aggiunge l'impatto fondamentale sulla psiche e sulla salute clinica dei cittadini, sintetizzato nella celebre "Regola del 3-30-300" (elaborata dal docente e ricercatore Cecil Konijnendijk). Ovvero vedere almeno 3 alberi dalla finestra di casa o dal balcone, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e abitare a non più di 300 metri da un parco o da un'area verde fruibile.
«Avere la possibilità di camminare all'ombra e vedere il verde quotidianamente riduce lo stress e migliora il benessere psicologico e fisico generale», sottolinea Zari.
Basta "alberi killer": servono specie adatte e rispetto per le radici
Troppo spesso la cronaca riporta notizie di crolli improvvisi e rami spezzati, bollando la vegetazione cittadina come pericolosa. Per l'agronoma, tuttavia, non esistono "alberi assassini", ma solo piante gestite e piantate male.
«Nessuna pianta è sicura al 100% per sempre, ma attraverso le analisi di stabilità visiva e strumentale (la Vta) possiamo valutare lo stato di salute degli alberi», chiarisce. Per le città servono specie autoctone o particolarmente adatte al contesto urbano, dotate di radici profonde e fittonanti che resistono agli stress. Tra queste Il Bagolaro (Celtis australis), L'Acero campestre (Acer campestre), storicamente usato dai contadini come tutore vivo per le viti e il Frassino maggiore (Fraxinus excelsior) oltre a un'ampia varietà di arbusti da siepe, che abbassano le temperature e comportano rischi strutturali pressoché nulli.
Il problema principale risiede negli interventi invasivi dell'uomo. «Ciò che vediamo nella chioma si sviluppa altrettanto, se non di più, nel sottosuolo. Purtroppo gli uffici tecnici o le ditte che scavano per fognature, fibra o reti elettriche tagliano le radici in maniera inconsapevole. Un albero privo di apparato radicale sano soffoca e rischia di cadere».
Emblematico il caso del celebre Leccio nei pressi della Fortezza a Siena, andato in deperimento proprio a causa dell'eccessiva cementificazione circostante, che ha impedito alle radici il naturale scambio di acqua e ossigeno.
La pianificazione del futuro: urbanistica e agricoltura diffusa
Con le stime dell'Onu che indicano come entro il 2050 oltre il 70% della popolazione mondiale risiederà nelle aree urbane, riprogettare le città diventa prioritario. Non si possono abbattere i palazzi, ma si possono trasformare i parcheggi, obbligare i nuovi condomini ad avere quote di verde privato e integrare finalmente gli agronomi nei team di progettazione urbanistica al fianco degli architetti.
La Toscana, in questo senso, vanta un modello virtuoso nella gestione delle zone rurali e dell'agricoltura diffusa – storicamente abitata con i suoi poderi – ma l'attenzione deve rimanere alta anche nei piccoli comuni che andranno a espandersi.
«Il bosco fa da barriera al caldo anche per l'agricoltura. Verde urbano e rurale non sono elementi decorativi: sono un'esigenza primaria per la sopravvivenza e la salute umana. Dobbiamo iniziare a pianificarli oggi con competenza e rispetto», conclude Rosanna Zari.

