Punto nascita di Campostaggia, Gallerini: «La chiusura non salverà le Scotte. Serve un piano, non un funerale annunciato»
POGGIBONSI — Mentre questo pomeriggio otto Comuni della Valdelsa scendono in piazza davanti all'ospedale di Campostaggia per il presidio unitario contro la chiusura del punto nascita, Franco Gallerini, esponente di Poggibonsi Democratico e già presidente del consiglio comunale, mette sul tavolo una tesi scomoda: dietro la stretta ministeriale su Poggibonsi si nasconderebbe il tentativo di coprire la crisi ben più grave del reparto maternità delle Scotte di Siena, sceso sotto la soglia dei 1.000 parti annui che lo classifica come ospedale di secondo livello. Un'accusa che Gallerini rilancia proprio nei giorni in cui il Comitato percorso nascita nazionale ha di fatto dato indicazione di chiusura per Campostaggia, concedendo invece proroghe e monitoraggi ad altri due punti nascita toscani, Montevarchi e Nottola.
Partiamo dai numeri. Perché la soglia dei 500 parti applicata a Poggibonsi la convince così poco?
«Perché è un parametro esclusivamente burocratico, che non tiene conto di fattori determinanti come il tasso di cesarei, storicamente bassissimo qui da noi. Non è un caso: Campostaggia fu tra i primi reparti in Italia, già negli anni Ottanta, a puntare sul parto naturale — parto in acqua compreso — per contrastare la medicalizzazione eccessiva della nascita. Quella filosofia poi si è diffusa in tutta Italia. Questo solo fatto giustificherebbe la possibilità di continuare l'esperienza».
Nel 2025 Poggibonsi si è fermata a 465 nascite, 35 sotto soglia. Ma lei sposta l'attenzione su Siena.
«Esatto, ed è qui il punto che nessuno racconta. Alle Scotte mancano circa 200 parti rispetto ai 1.000 richiesti per restare ospedale di secondo livello, e nel 2026, se si conferma il trend del primo semestre, si potrebbe scendere sotto gli 800. Chiudere Poggibonsi e travasare quei parti a Siena è un modo per far quadrare i conti delle Scotte, non per garantire un futuro alla Valdelsa. Ed è un ragionamento piccino, perché non salverà comunque quel presidio».
Perché dice che non lo salverà?
«Perché il bacino di Campostaggia non è solo la Valdelsa. Circa 110 dei 460 parti fatti a Poggibonsi nel 2025 sono di donne residenti tra Barberino Tavarnelle, Certaldo, Castelfiorentino, Gambassi, Montaione, San Miniato, persino Volterra. Se chiudi il reparto, quelle donne non è detto che scelgano Siena: la differenza di tempo tra Poggibonsi-Scotte e Poggibonsi-Torregalli o Poggibonsi-Empoli è di pochi minuti. Nella migliore delle ipotesi arriverebbero alle Scotte forse 200 parti in più. Il problema del presidio senese resterebbe irrisolto».
C'è anche l'ipotesi di una struttura interaziendale con l'Aou senese, sostenuta dal consigliere regionale di Fratelli d'Italia Tucci. Cosa ne pensa?
«Sono nettamente contrario. È un modello hub/spoke: a Siena, l'hub, la gestione delle risorse e dei parti più complessi; a Poggibonsi, lo spoke, solo i parti considerati 'facili', con dotazioni tecnologiche di serie B. Chi sceglierebbe di partorire in un reparto strutturalmente pensato per fare meno sicurezza? È un modello che nel tempo renderebbe Campostaggia residuale, fino al ridimensionamento definitivo. E c'è un problema anche di governance: se la struttura complessa fa capo all'Aou senese, i sindaci della Valdelsa perderebbero qualunque voce in capitolo, perché il controllo passerebbe alla Conferenza regionale dei sindaci, non più a quella di zona».
Cosa dovrebbe fare, concretamente, la Regione?
«Tre cose. Primo: un piano di investimenti veri per il reparto, non promesse. Secondo: costruire un percorso alla nascita rivolto alla coppia, non solo alla donna, che prepari entrambi i genitori alla gestione del neonato — ed è anche per questo che considero importante la battaglia di Elly Schlein e del Pd sul congedo parentale paritario. Terzo: perché non pensare a Poggibonsi come sede di un centro per la fecondazione assistita, che rafforzerebbe l'intero polo dedicato alla nascita»?
Lei allarga il discorso anche al futuro dell'intero ospedale di Campostaggia.
«Sì, perché qui il vero tema è che Campostaggia è il riferimento sanitario di un bacino di circa 100mila abitanti, ma nella geografia amministrativa della Asl Sud Est, che ha la direzione ad Arezzo, veniamo percepiti come periferia. Non lo siamo: siamo un'area del Toscana Centro con una sua identità e densità di popolazione. Serve un accordo esplicito tra Toscana Centro e Sud Est che riconosca questo bacino, anche sulla specialistica ambulatoriale: oggi capita che per una radiografia si venga dirottati a due ore di macchina, ad Abbadia San Salvatore. È una situazione insostenibile».
Una domanda politica: cosa dice il Pd regionale, in particolare l'ex assessore alla Sanità Bezzini?
«Questo è il punto che mi interessa di più, glielo dico onestamente: non ho ancora sentito una presa di posizione netta da parte sua, nonostante la vicinanza propagandata a questo territorio anche in occasioni pubbliche recenti. Da che parte sta, su questo dossier? Il territorio ha bisogno di risposte chiare, non di distanza».
Che cosa chiede, in conclusione, alla società civile valdelsana?
«Vigilanza forte, perché il rischio non è solo la chiusura dichiarata, ma le proposte mascherate che portano comunque al ridimensionamento. Per questo non escludo la costituzione di un comitato civico della Valdelsa: non un comitato di sola protesta, ma capace di elaborare proposte e aprire un confronto strutturato con le istituzioni e con la Regione. E colgo l'occasione per esprimere la mia piena solidarietà al direttore del reparto, alle ostetriche, ai medici e agli infermieri che lavorano con professionalità in un clima reso difficile da mesi di incertezza».

