10 Agosto 2026

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Marcinelle 1956: il dovere della memoria e la ferita mai chiusa dei morti sul lavoro

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Marcinelle 1956: il dovere della memoria e la ferita mai chiusa dei morti sul lavoro

L'8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier a Marcinelle, morirono 262 uomini. Centotrentasei  erano italiani, arrivati in Belgio con una valigia di cartone e la speranza di costruire un futuro. Ma ridurre quelle vite a una statistica significa compiere un secondo, ingiusto massacro.

La poesia Marcinelle e i nomi che restano nasce dalla necessità urgente di fare il percorso inverso: strappare i corpi al buio della galleria e restituire loro la dignità dell'essere umani. Prima di essere minatori, prima di essere vittime, quegli uomini erano voci, passi che tornavano a casa la sera, volti coperti di polvere grigia, mani ruvide capaci di carezze. Avere una casa, un vestito, un paio di scarpe, una sedia al tavolo di cucina: è in questo perimetro di quotidianità che si misura la grandezza di una vita e l'incolmabile vuoto della sua assenza.

L'autore si chiede con delicata ostinazione: dove vanno a finire coloro che muoiono di lavoro? La risposta non cerca rifugio in consolazioni astratte o cieli lontani. Chi muore lavorando resta qui, impigliato negli oggetti ordinari che nessuno può ereditare: la piega di un lenzuolo, l'ombra circolare di un bicchiere sul tavolo, l'odore rimasto tra le fibre di una giacca. Resta negli occhi delle madri e nel respiro di chi continua a vivere.

Il testo si muove su un doppio binario: da un lato il buio profondo della terra che ne conserva il segreto, dall'altro la "luce bianca, alta e densa" del mondo in superficie, una luce implacabile che illumina le nostre responsabilità e smaschera una società che non ha saputo proteggerli.

 

 

di Yuli Cruz Lezcano

Marcinelle e i nomi che restano

 

Tizio, Caio, Sempronio…

e poi ancora un nome,

poi un altro, si forma 

 

un elenco lungo

dal quale i nomi scappano,

 

scivolano fuori dalla pagina,

la carta che non basta

a contenere tutte quelle vite.

 

Numeri? No, uomini 

venuti da lontano,

nomi che avevano una casa,

un volto, una voce.

 

Eravate uomini. Eravate 

prima dei numeri.

 

Eravate voci che tornavano a casa

con la polvere grigia sulle spalle,

con il carbone nelle mani,

con il peso della giornata

e la speranza ancora negli occhi.

 

Eravate prima

di essere intrappolati nella miniera

che ha ingoiato il battito dei vostri passi,

il rumore del ritorno,

il canto delle vostre vite.

 

E ora per sapere dove siete, 

dobbiamo chiederci:

dove vanno a finire

coloro che muoiono di lavoro?

 

No, non nel cielo.

No, non sotto terra.

 

Vanno a finire

nei posti che non si sanno perdere.

 

Lì restano restano 

nell’incavo di un bicchiere sul tavolo,

in quella piccola ombra circolare

dove ancora sembra 

posarsi la mano.

 

Restano nella piega del lenzuolo

che continua nel dopo

a cercare il peso.

 

Restano nelle piccole cose

che nessuno eredita:

 

un vestito che conserva gli odori,

un paio di scarpe troppo strette 

o troppo larghe per tutti.

 

I morti di lavoro

vanno a finire nelle canzoni

che ricordano 

con una mappa di parole

i baci acquosi 

che inseguono la via delle formiche

per conservare briciole,

 

ricordi sotterrati,

letarghi sulla bocca di un figlio,

piccoli silenzi custoditi

nel respiro di chi resta.

 

I morti di lavoro

sono sacchetti di monili

negli occhi d'una madre,

 

luci nascoste nelle lacrime.

 

Vedete i minatori?

Non sono scomparsi.

 

Sono un po’ divisi

nella memoria,

un po’ nel buio profondo.

 

Sono laggiù, dove la terra conserva

il segreto dei loro passi.

 

E sono quassù,

nella luce bianca, alta e densa,

che mostra il volto di un mondo

che non ha saputo salvarli.

 

Coloro che sono morti di lavoro

non sono scomparsi.

Si possono vedere

nell’inchiostro dell’essenza

che si attacca al foglio.

Il dolore deve uscire,

trovare la sua strada.

 

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