Marcinelle 1956: il dovere della memoria e la ferita mai chiusa dei morti sul lavoro
L'8 agosto 1956, nella miniera di carbone del Bois du Cazier a Marcinelle, morirono 262 uomini. Centotrentasei erano italiani, arrivati in Belgio con una valigia di cartone e la speranza di costruire un futuro. Ma ridurre quelle vite a una statistica significa compiere un secondo, ingiusto massacro.
La poesia Marcinelle e i nomi che restano nasce dalla necessità urgente di fare il percorso inverso: strappare i corpi al buio della galleria e restituire loro la dignità dell'essere umani. Prima di essere minatori, prima di essere vittime, quegli uomini erano voci, passi che tornavano a casa la sera, volti coperti di polvere grigia, mani ruvide capaci di carezze. Avere una casa, un vestito, un paio di scarpe, una sedia al tavolo di cucina: è in questo perimetro di quotidianità che si misura la grandezza di una vita e l'incolmabile vuoto della sua assenza.
L'autore si chiede con delicata ostinazione: dove vanno a finire coloro che muoiono di lavoro? La risposta non cerca rifugio in consolazioni astratte o cieli lontani. Chi muore lavorando resta qui, impigliato negli oggetti ordinari che nessuno può ereditare: la piega di un lenzuolo, l'ombra circolare di un bicchiere sul tavolo, l'odore rimasto tra le fibre di una giacca. Resta negli occhi delle madri e nel respiro di chi continua a vivere.
Il testo si muove su un doppio binario: da un lato il buio profondo della terra che ne conserva il segreto, dall'altro la "luce bianca, alta e densa" del mondo in superficie, una luce implacabile che illumina le nostre responsabilità e smaschera una società che non ha saputo proteggerli.
Marcinelle e i nomi che restano
Tizio, Caio, Sempronio…
e poi ancora un nome,
poi un altro, si forma
un elenco lungo
dal quale i nomi scappano,
scivolano fuori dalla pagina,
la carta che non basta
a contenere tutte quelle vite.
Numeri? No, uomini
venuti da lontano,
nomi che avevano una casa,
un volto, una voce.
Eravate uomini. Eravate
prima dei numeri.
Eravate voci che tornavano a casa
con la polvere grigia sulle spalle,
con il carbone nelle mani,
con il peso della giornata
e la speranza ancora negli occhi.
Eravate prima
di essere intrappolati nella miniera
che ha ingoiato il battito dei vostri passi,
il rumore del ritorno,
il canto delle vostre vite.
E ora per sapere dove siete,
dobbiamo chiederci:
dove vanno a finire
coloro che muoiono di lavoro?
No, non nel cielo.
No, non sotto terra.
Vanno a finire
nei posti che non si sanno perdere.
Lì restano restano
nell’incavo di un bicchiere sul tavolo,
in quella piccola ombra circolare
dove ancora sembra
posarsi la mano.
Restano nella piega del lenzuolo
che continua nel dopo
a cercare il peso.
Restano nelle piccole cose
che nessuno eredita:
un vestito che conserva gli odori,
un paio di scarpe troppo strette
o troppo larghe per tutti.
I morti di lavoro
vanno a finire nelle canzoni
che ricordano
con una mappa di parole
i baci acquosi
che inseguono la via delle formiche
per conservare briciole,
ricordi sotterrati,
letarghi sulla bocca di un figlio,
piccoli silenzi custoditi
nel respiro di chi resta.
I morti di lavoro
sono sacchetti di monili
negli occhi d'una madre,
luci nascoste nelle lacrime.
Vedete i minatori?
Non sono scomparsi.
Sono un po’ divisi
nella memoria,
un po’ nel buio profondo.
Sono laggiù, dove la terra conserva
il segreto dei loro passi.
E sono quassù,
nella luce bianca, alta e densa,
che mostra il volto di un mondo
che non ha saputo salvarli.
Coloro che sono morti di lavoro
non sono scomparsi.
Si possono vedere
nell’inchiostro dell’essenza
che si attacca al foglio.
Il dolore deve uscire,
trovare la sua strada.

