In un recente saggio, Alessandro Fo ripercorre la poetica di Claudio Cencetti, dove i ricordi d'infanzia, le passioni sportive e il legame con il territorio senese si intrecciano con i grandi riferimenti della letteratura italiana.
La Val d’Elsa non è solo un paesaggio, ma un vero e proprio "banco di prova" esistenziale per la poesia di Claudio Cencetti. Docente a Poggibonsi e residente a San Gimignano, Cencetti ha saputo condensare nella sua raccolta Valdelsane e altre poesie (Betti Editrice, 2023) una vocazione alla "verticalità", intesa come lo sforzo costante di ridurre la distanza tra la parola e la vita vissuta.
Tra aneddoti e grandi maestri
Come sottolineato dall'analisi di Alessandro Fo, la scrittura di Cencetti non è un esercizio isolato, ma dialoga apertamente con i giganti del Novecento. Nelle sue righe si avvertono gli echi di Vittorio Sereni, la grazia e la profondità di Giorgio Caproni. Cencetti si propone di "giungere persino a guardare in faccia la vita così com'è", muovendosi con un retroterra di letture solido ma mai esibito, mantenendo una cifra stilistica limpida e garbata.
"Figurine": il calcio come metafora esistenziale
Uno dei momenti più intensi della produzione di Cencetti riguarda la sezione Figurine, dove il ricordo delle celebri raccolte Panini — con l'introvabile Pizzaballa — diventa il punto di partenza per riflettere sulla fragilità umana.
Il poeta rievoca con precisione quasi chirurgica una data spartiacque: il 25 maggio 1967. In quel giorno, la "Grande Inter" di Helenio Herrera perdeva la finale di Coppa Campioni contro il Celtic Glasgow, segnando la fine di un'era sportiva. Ma per Cencetti, quella data coincide con un dolore privato e indelebile: la perdita di una sorellina nata appena il giorno prima.
"Nella memoria di bambino restano inseparati quei due fatti... ed era festa, era il Corpus Domini."
Un incanto tra terra e cielo
Fo mette in luce come Cencetti riesca a trasformare la "passione minore" del calcio in uno spettro che si dilata fino ai massimi misteri dell’esistere. È una poesia che cerca di dare un senso alle coincidenze e ai "tiri mancini" della vita, cercando un rigore formale che possa contenere l'inspiegabile.
Attraverso i suoi versi, la Val d'Elsa diventa il palcoscenico di un'indagine universale, dove il dialetto, il senso comune e la memoria storica si fondono in un "incanto" che, proprio come nella foto di Rino Trivisonno che accompagna il testo, sembra sospeso tra la nebbia e la luce della collina senese.
