di Lorenzo Castelli
Gabriele Mainetti torna in sala con La città proibita dopo il grande successo di Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out.
Il regista romano non si smentisce e riporta sul grande schermo il suo inconfondibile stile, sicuramente particolare, ma che da sempre caratterizza le sue produzioni. La città proibita vuole portare qualcosa di nuovo nel cinema italiano. La scelta di girare un film di Kong fu ambientata nel quartiere esquilino di Roma, va proprio in questa direzione. Parliamo quindi di un’assoluta novità, una vera e propria ventata di aria fresca.
Il regista probabilmente voleva creare un prodotto che funzionasse anche al di fuori del nostro paese, l’intenzione forse è quella di sondare il mercato cinese e dell’estremo oriente, portando sul gran schermo due elementi che sono molto amati dagli abitanti del paese della grande muraglia: il Kong fu e l’antica Roma. Un esperimento senza dubbio ambizioso, ma che può funzionare.
Mainetti decide poi di trattare il tema dell’immigrazione, o meglio il tema dell’accoglienza e come il modello di inclusione sociale italiano sia tendenzialmente disfunzionale, andando spesso a foraggiare la macro e la micro criminalità. Spesso le storie a lieto fine legate all’accoglienza avvengono per merito dei singoli individui, non attraverso quelle che sono le direttive della politica o le risorse pubbliche a disposizione.
Molto interessante la scelta del cast e dell’uso del cast. Viene lasciato tanto spazio ad attori emergenti come Enrico Borrello e Yaxi Liu mentre sullo sfondo agiscono personalità del calibro di Marco Giallini, Sabrina Ferilli e Luca Zingaretti. Giallini interpreta un piccolo malavitoso, una sorta di Don Rodrigo dei promessi sposi, che da buon signorotto locale, fatica a condividere il suo territorio con la nuova malavita, in questo caso quella cinese. Emblematico il momento in cui viene definito “l’ultimo dei dinosauri” proprio per questa sua vana resistenza al cambiamento.
In generale il film funziona e la scelta del regista di mixare genere molto lontani tra loro nel tempo e nello spazio risulta efficace. Una ventata d’ossigeno nel panorama cinematografico italiano. il tutto ambientato nel quartiere Esquilino, oggi noto come Chinatown della Capitale. La scena del primo combattimento è una piccola perla, perfetta la coreografia che coinvolge subito lo spettatore e lo trascina nell’universo dipinto da Mainetti. La trama non è complessa ma c’è spazio anche per il plot twist finale.

