Il fondatore e voce dei Baustelle, ospite di Tintoria, il podcast di Stefano Rapone e Daniele Tinti, ricorda la fanciullezza nei bar di Montepulciano a guardare i vecchi giocare a carte e a biliardo. E racconta di quando, studente universitario a Siena, alcuni contradaioli volevano picchiarlo
di Simona Pacini
Quella volta che rimase chiuso in casa per tre giorni, a Siena, con altri amici, perché i contradaioli del Nicchio li volevano picchiare. Le sere da bambino al circolo di Montepulciano a imparare dagli anziani a giocare a carte e a biliardo e a bestemmiare.
C’è spazio anche per i ricordi di gioventù, nella puntata #218 di Tintoria dedicata a Francesco Bianconi. Per quasi due ore il polistrumentista, fondatore e voce dei Baustelle si racconta nel podcast di Stefano Rapone e Daniele Tinti, coprodotto da The Comedy Club e distribuito da OnePodcast, registrato in una serata dal vivo nel Cortile delle Armi al Castello Sforzesco.
«Nel mio villaggio - dice Bianconi - c’erano la Casa del Popolo e il Bar Centrale e con i miei amici frequentavo entrambi, non c’era altro. Era il luogo maschile per eccellenza, ai tempi. C’erano gli anziani e si giocava a carte o a biliardo. Noi, eravamo ancora piccoli, andavamo alle elementari ed eravamo gli osservatori di quello che gli adulti facevano al bar».

È qui che si inserisce il tema della bestemmia, trattato in punta di lingua, non poteva essere altrimenti, da uno degli autori più raffinati della scena musicale italiana.
«Il discorso del giocatore toscano di carte e biliardo è fatto anche del bestemmiare - dice Bianconi, magrissimo nel suo look cristallizzato negli anni 60-70 - anzi, con una percentuale direi che per il 70 per cento è pulito e un 30-40 è bestemmia. Se poi ti sposti più giù sul crinale della Valdichiana verso Arezzo si può anche ribaltare, ma lo dico con amore, perché comunque è una forma retorica molto complessa. In Toscana la bestemmia è come l’ottava rima, nei miei luoghi si bestemmia poeticamente».
Ormai è un luogo comune, quello sui popoli bestemmiatori, che in Italia sarebbero i toscani e i veneti.
«No, in Veneto - e lo dico con rispetto - il bestemmiatore è più limitato come lessico, come modalità espressiva. C’è la divinità, associata in genere a qualche forma animale, il porco e il cane, abbreviato in can, qualche volta, o ogni tanto la bestia. Invece da noi, e lo dico con amore verso i vecchi e i giocatori di carte di tutte le zone della Toscana, l’offesa a Dio viene presa come occasione per far sfoggio di una certa abilità lessicale. Al misero can o al troppo risicato porco o alla bestia si aggiungono delle formule, delle costruzioni complesse».
Non è facilissimo parlare di questo argomento senza cadere in volgarità o blasfemia. Ma Bianconi si sa muovere bene con le parole.
«Dico solo l’animale. Serpente. Mio nonno, per esempio, rafforzava dicendo serpente avvelenato. Che io non ho mai capito. Dal punto di vista dell’italiano dovrebbe essere un serpente che viene avvelenato e muore. Effettivamente il veleno il serpente lo dà. Forse è un errore popolare per indicare il serpente come contenitore di veleno».

C’è anche un pizzico di horror.
“Sbranata. Si dice la divinità, sbranata e poi viene ripetuta con l’aggiunta finale di ‘della Madonna’. Non credo riferita al soggetto, ma che sia solo una distorsione dell’uso della preposizione articolata, un rafforzativo. È una complessità artistica che si manifesta non solo al biliardo ma anche quando ti prendi una martellata a casa o inciampi in un sassolino…”.
Un aneddoto.
«Nel primo romanzo di Francesco Guccini, Croniche epafaniche, si racconta di questo ragazzo che con la motoretta di notte in campagna finisce in un fosso, al buio. Guccini scrive che bestemmiò così tanto che gli si riaccese il faro e gli ripartì il motorino. Chissà quanti rafforzativi avrà detto… Per me, è una forma di preghiera».
Dopo le superiori a Montepulciano, Bianconi è stato studente universitario a Siena, dove si è laureato in Semiotica delle arti, con Omar Calabrese, con una tesi su Arte e sigle tv.
«È una città meravigliosa, ma non facile. Una sera c’era una festa a casa di un amico in centro storico, forse nel Nicchio, ma potrei sbagliarmi. Era all’inizio dell’estate e facevamo troppo chiasso, ma era presto, le nove di sera. Suona il campanello, il mio amico risponde al citofono. Chi è?. Un tipo gli dice ‘Guarda sotto, vedrai noi giù del bar. Fate troppo chiasso. Scendete che vi meniamo’. Rimanemmo chiusi lì dentro per tre giorni…».
Un’altra volta, sui 16-17 anni, Bianconi era al mare con gli amici, in campeggio. «Seguivamo due ragazze che ci piacevano e vincendo la timidezza le avevamo fermate. Ma sentivamo come dei sassolini sulle gambe. Ci giriamo e c’erano tre, quattro ragazzini che ci fanno segno: ‘Le avevamo viste prima noi. E poi, siete di Arezzo e venite a Grosseto?’ Ci chiesero a quale campeggio eravamo, l’Etruria? Allora ci si trova domani alle tre lì davanti e si fa a botte. Noi in realtà eravamo al Maremma. Andammo via impauriti e non ci presentammo all’appuntamento. I grandi racconti della codardia…».
