Non sono più "semplici" risse o episodi isolati di bullismo. Quella che sta attraversando la Valdelsa, tra i recenti scontri in piazza a Poggibonsi e gli atti di vandalismo e tensione a Colle Val d’Elsa, è una metamorfosi profonda della devianza minorile. Come riportato dalle recenti cronache del nostro giornale, il clima di insicurezza percepito dai cittadini non è che la punta di un iceberg fatto di isolamento e frustrazione.
L'analisi del criminologo: i nuovi motori della violenza
A gettare luce su questo fenomeno è Silvio Ciappi, criminologo, psicologo e docente di Criminologia presso l’Università di Verona e di Psicologia in numerosi Master. È autore del libro Il Branco presentato al Salone del Libro di Torino e a Book City a Milano nel quale affronta le tematiche del branco giovanile e della delinquenza giovanile, del disagio giovanile. Secondo Ciappi, raggiunto a Santo Domingo dove porta avanti un progetto proprio sulla violenza tra i giovani, le chiavi per interpretare i fatti di cronaca che stanno scuotendo la provincia senese risiedono in due sentimenti moderni e devastanti: la vergogna e la noia.
La dittatura della perfezione digitale
«La vergogna ha oggi a che fare con il sentirsi inadeguati e nudi nel mondo digitale», spiega Ciappi. «Questo crea forti dosi di frustrazione e di insofferenza se non si riesce a reggere il passo nei confronti degli standard di perfezione prescritti dal mondo digitale». In una società che impone standard di perfezione estetica e sociale altissimi attraverso i social media, molti giovani avvertono un senso di "nuda inadeguatezza". Quando non si riesce a reggere il passo dei modelli virtuali, scatta una frustrazione che spesso esplode in violenza fisica, come valvola di sfogo per un'identità frammentata.
La "noia" come promessa mancata
L'altro grande motore è la noia, intesa non come assenza di attività, ma come delusione esistenziale. «La noia è una promessa mancata. I giovani si sentono come parte di un mondo al quale allora era stato promesso molto, ma non è arrivato niente. Ai giovani è stato promesso molto, ma non è stato dato nulla», sottolinea il criminologo. Questo "vuoto" si traduce in comportamenti a rischio e reati violenti che, paradossalmente, non sono in aumento numerico rispetto al passato, ma sono cambiati radicalmente nella loro qualità.
Oggi la violenza giovanile in Valdelsa – come dimostrano i recenti fatti tra le stazioni e le piazze principali – è più legata alla delusione affettiva e a una ricerca estrema di visibilità, arrivando a toccare territori pericolosi come i tentativi di autolesionismo o il desiderio di "sentirsi parte di qualcosa", anche se quel qualcosa è un branco violento.
Oltre la repressione: perché le ronde non bastano
Mentre il dibattito pubblico a Poggibonsi e Colle si divide tra richieste di maggiore sorveglianza e politiche di repressione, Ciappi avverte: «Le politiche di tolleranza zero o di riduzione del rischio non spiegano il perché di questi atti». Secondo l'esperto, le vecchie categorie pedagogiche sono saltate.
«È difficile comprendere il mondo giovanile oggi, soprattutto per i reati violenti, oggi più difficilmente di ieri. Sono saltate le vecchie categorie interpretative. Le varie politiche nei confronti del disagio giovanile riguardanti i tornelli alle scuole,di repressione o di riduzione del rischio di comportamenti violenti, non mirano a dare un'adeguata spiegazione del perché ci sia dietro a questi determinati atti».
La repressione non è la soluzione, anzi spesso i reati aumentano
Per arginare la deriva dei "giovani invisibili" della Valdelsa dunque non bastano i tornelli o le telecamere; serve ricostruire un dialogo che parta dalla comprensione del loro disagio interiore, evitando di catalogare ogni episodio come semplice teppismo, ma leggendolo come un grido d'aiuto di una generazione che si sente tradita dalle promesse degli adulti.
«Va sottolineato anche un altro fatto, che la delinquenza giovanile non è in aumento negli ultimi anni. Ma è soprattutto cambiata di qualità nei reati violenti, e più a ha che fare con la delusione affettiva, con comportamenti a rischio, con i tentativi di suicidio, che vanno correttamente interpretati». Ma, quello che non va dimenticato è che oggi «ogni pedagogia sulla quale pensavamo di interpretare i giovani, è saltata» evidenzia lo psicologo.
In Valdelsa agire come a Bogotà: integrazione
Ciappi ha condotto numerosi progetti legati alla sicurezza in contesti anche pericolosi del Mondo come Bogotà. Qui, nella metropoli colombiana di quasi 8 milioni di abitanti, ha svolto un lavoro di prevenzione del disagio giovanile «in uno dei quartieri più pericolosi della città. Nel giro di cinque anni i crimini sono diminuiti attraverso una politica integrata tra forze dell'ordine, consigli di quartiere, rivitalizzazione urbana e politiche urbanistiche. È quello che servirebbe anche in Valdelsa: integrazione tra i vari attori sociali, non basta solamente il controllo di polizia che in alcuni casi aumenta la percezione di insicurezza».
Verso una giustizia di comunità
Oltre che in Colombia Ciappi, che ha lavorato anche Nigeria e Lagos, conclude evidenziando che «spesso il problema della sicurezza non va affrontato solo in un'ottica di riduzione dei danni o in ottica repressiva, ma anche e soprattutto mettendo in alto politiche di giustizia comunitaria, community justice».
