Dopo quarantacinque anni di attività, di mostre internazionali e collaborazioni di prestigio vende a metà prezzo i suoi pregiati capi per liberare l’atelier dell’Aringo. “Devo fare spazio per poter realizzare qualcosa di nuovo”
di Simona Pacini
La folgorazione per il telaio è arrivata negli anni post università, quando la colligiana Lucia Boni, dopo aver frequentato il Dams a Bologna, attraversa un periodo di crisi riguardo al suo futuro.
Fu un amico a raccontarle di quegli Stampa che erano arrivati da Milano a Montegabbro, nel comune di Colle, dove eseguivano lavori di tessitura.
Nella mente di Lucia in quel momento si accese una luce.
“Il mio sogno era quello di vivere in campagna e di fare un lavoro che me lo permettesse. Andai subito da un falegname per farmi costruire un telaio di un metro e mezzo per un metro e mezzo, molto primitivo. Poi l’ho sperimentato. Come prima cosa ho fatto una giacca. Senza perdere tempo in prove. Ho fatto subito una giacca, perché per me quello che faccio deve avere un’utilità, non essere fine a sé stesso”.
La passione per la manualità Lucia la coltivava fin da piccola quando, insieme alla nonna, imparava a cucire i vestitini per le bambole, a ricamare e a lavorare all’uncinetto.
“Tutto fuori che la maglia, anche se poi l’ho scoperta durante i mesi del Covid, grazie ai ferri circolari. Poi ho scoperto che anche la parte progettuale mi veniva bene. Infatti alle medie feci un astuccio porta pennelli per dipingere, con tutti gli spazi su misura. Succede così anche per i miei lavori al telaio. Quando penso a un modello mi succede che vedo come farlo e come dovrà stare addosso alla persona, penso il progetto integrale”.
Lucia Boni per realizzare i suoi capispalla lavora sul telaio verticale.
“Sono quelli che si usano per gli arazzi. Preferisco questo tipo perché è l’unico che mi permette di vedere il capo nella sua interezza mentre ci lavoro. Con il telaio orizzontale non è così, dopo i primi dieci centimetri di tela il tessuto si avvolge sul rullo. Ho fatto fare apposta un pettine liccio di un metro e mezzo, mai visto di queste dimensioni. Il telaio diventa così la cornice all’interno della quale costruisco la giacca vedendola dall’inizio alla fine. Anche la parte progettuale, per me fondamentale, fa parte della creatività”.
Come nasce un capo?
“Le idee mi vengono da una sensazione e si affacciano per lo più nel dormiveglia. Da lì inizia un processo creativo in cui tutti i particolari, il tipo di tessuto, i colori, l’indossabilità, convergono nel progetto finale e nel modo in cui realizzarlo. Non è facile spiegarlo. Io ormai mi sento come un’estensione del telaio, sono un tutt’uno con lo strumento. Poi certo, non tutti i capi nascono da una particolare ispirazione. A San Gimignano, dove dovevo soddisfare molte richieste, ero costretta a replicare dei modelli, più che creare pezzi unici”.
Quando ha scoperto la passione per la tessitura, Lucia abitava a Firenze. Da lì è iniziata l’avventura che, da autodidatta, l’ha portata a crearsi un lavoro, collocandosi tra le eccellenze dell’artigiano artistico toscano con Artex e a collaborare con Franco Zeffirelli.
“All’inizio tessevo giacche per gli amici, poi gliele richiedevo per portarle a Milano come campioni per i negozi. Non sono mai tornata da un viaggio a mani vuote. Avevo sempre degli ordini da realizzare”.
L’attività parte e Lucia, nel 1989, apre il primo negozio a San Gimignano.
“È allora che è arrivato il cambiamento vero, tutto insieme, con Zeffirelli e la bottega. Ma la mia fama non la devo al regista, anche se è stata una collaborazione importante. Le due cose semmai procedevano parallele”.
Il locale è in via XX Settembre, verso porta San Matteo.
“Poi mi è scattato qualcosa dentro e ho deciso di azzardare aprendo in via San Giovanni, quella principale. La molla è stata quando un gallerista mi ha chiesto alcuni capi da mettere in mostra nel suo negozio. Allora ho pensato che li avrei potuti vendere da sola. Ho trovato un fondo dove prima c’era una tipografia e lì è iniziata un’attività incredibile. A un certo punto avevo cinque telai verticali e un gruppo di lavoranti. Era un periodo in cui gli americani mi compravano anche cinque o sei giacche al giorno”.
E Zeffirelli?
“Un signore di Firenze mi chiese dei capi. All’epoca non sapevo che fosse amico di Zeffirelli. Quando il Maestro, così lo chiamava, vide la giacca tessuta da me, rimase colpito. Gli disse che voleva conoscermi. Era il 1989. Misi dei capi in un borsone e andai a palazzo Strozzi, dove teneva una conferenza. Una vergogna, con quella borsa. Ma alla fine Zeffirelli mi ricevette. Mi disse: ‘Lei è una persona fortunata. Ha un bigliettino? La chiamerò’. Poi più niente. Due mesi dopo arrivò la telefonata’”.
Che cosa voleva?
“Sono a Shepperton, mi disse, puoi venire? Porta più cose possibili che richiamino il Medioevo. Stava girando l’Amleto. Su trovai la costumista australiana di Mel Gibson. Zeffirelli mi chiese come mi trovassi. Gli risposi francamente. Secondo me non era adatta a lavorare sul Medioevo. In ogni caso mi ordinarono una decina di pezzi da consegnare in quindici giorni. Scesa dall’aereo andai direttamente al lanificio Filippucci dove, grazie alla chiamata della produzione, mi dettero subito la lana che mi serviva. Appena arrivata a casa chiesi alla mia mamma che cucinasse per me e ingaggiai una lavorante. Dopo che io avevo progettato e tessuto il davanti, lei mi aiutava riproducendo il dietro”.
Come andò?
“Zeffirelli richiamò. ‘Abbiamo licenziato la Cangura, mi disse, ora c’è Maurizio Millenotti’. Andai da lui a Firenze per mettere a punto alcuni particolari. Appena finito Zeffirelli mi fa: che ne dici di un Amleto Rosso? Il bello di lavorare con lui era questo. Mi descriveva ogni scena, ogni dettaglio, stato d’animo, il contesto, e a me veniva in mente il tessuto. Amleto è vestito di rosso quando ingaggia i teatranti che riproducono l’uccisione del re da parte della regina ed in quel momento è molto combattuto”.
E il mantello del re Claudio?
“Avevo realizzato questo mantello (ora in mostra all’atelier di Colle, nda) per Pantalone il Magnifico, personaggio della Commedia dell’Arte. Mi avevano chiamato gli allievi di Sartori che realizzavano maschere di cuoio per una mostra negli Stati Uniti. Era molto pesante, lavorato con lane grosse, rustiche, con strisce di pelle morbida e inserti di pelliccia. Zeffirelli ne fu entusiasta. Però mi chiese di farlo più leggero”.
Poi ci sono state le mostre per il mondo, uno scambio culturale con il Giappone, le Colombiadi a New York, una personale a Cortina d’Ampezzo, alcuni premi.
Negli ultimi anni Lucia Boni ha riunito tutto il suo materiale nell’atelier colligiano di via dell’Aringo dove fino al 31 ottobre venderà i suoi pregiati capi artigianali a metà prezzo.
“Da quando Marx Fusi, che gestiva il negozio di San Gimignano, non c’è più, non riesco a star dietro a tutto. Lui era un collaboratore fantastico”.
Nessun erede dunque?
“No. Le ragazze che hanno lavorato con me hanno preso altre strade, alcune legate alla produzione di abbigliamento, altre del tutto diverse”.
Progetti futuri?
“Voglio liberare il magazzino, dopo quarantacinque anni di attività, fare spazio per realizzare qualcosa di nuovo. Non so ancora come. Ci sto pensando. Troverò una nuova forma in cui esprimermi, devo solo aspettare che arrivi”.
