L’incendio di Vicopisano ci mostra in modo drammatico cosa significa concentrare migliaia di tonnellate di materiali plastici e combustibili derivati dai rifiuti. In pochi minuti una nube visibile per chilometri ha reso evidente il potenziale inquinante di questi materiali.
Scuole chiuse, persone evacuate, finestre serrate, condizionatori spenti. È bastato un incendio per ricordarci quanto possa essere fragile il confine tra la normalità e un’emergenza ambientale.
È importante essere chiari: un incendio come questo non è la stessa cosa di un inceneritore. Le condizioni di combustione, le temperature e i sistemi di abbattimento sono profondamente diversi e sarebbe sbagliato confondere le due situazioni, ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi qui e considerare l'accaduto come una semplice fatalità.
Perché quei materiali non erano lì per caso, erano stati raccolti, selezionati, lavorati, trasportati e stoccati perché destinati alla combustione ed è proprio questo il punto.
L’enorme nube che abbiamo visto ci aiuta a visualizzare qualcosa che normalmente rimane nascosto dietro le pareti di un impianto industriale: cosa significa, in termini concreti, bruciare migliaia di tonnellate di materiali derivati dai rifiuti.
Certo, un inceneritore opera in condizioni controllate e con sistemi di abbattimento che un incendio non possiede, ma resta una domanda che merita di essere posta: se quei materiali sono destinati comunque alla combustione, siamo davvero sicuri che la strategia migliore sia continuare a produrre combustibili da rifiuti e bruciarli, oppure dovremmo investire molto di più nella riduzione dei rifiuti, nel riuso e nel riciclo di qualità?
E qui emerge un altro paradosso.
Da una parte si investono centinaia di milioni di euro in impianti sempre più sofisticati, sistemi di abbattimento, filtri e tecnologie progettate per ridurre al minimo le emissioni derivanti dalla combustione dei rifiuti. Dall'altra, di fronte a un incendio che per ore ha coinvolto migliaia di tonnellate di materiali destinati a essere bruciati, i dati delle centraline ci dicono che i valori rilevati sono rimasti entro i limiti di legge, e sia chiaro non si stanno mettendo in dubbio i dati di ARPAT, i dati sono i dati.
Ma viene spontaneo chiedersi se non ci troviamo ancora una volta di fronte a quella che possiamo definire "fisica amministrativa": quella particolare disciplina secondo la quale ciò che vediamo con i nostri occhi, annusiamo con il nostro naso e percepiamo come un problema smette di esistere nel momento in cui gli strumenti di misura ufficiali non registrano superamenti dei parametri previsti.
Per ore sono bruciate migliaia di tonnellate di materiali plastici, una nube visibile da decine di chilometri ha attraversato il territorio, scuole chiuse, finestre chiuse, raccomandazioni alla popolazione, eppure tutto risulta entro i limiti.
La fisica amministrativa è davvero straordinaria perché riesce a far convivere, senza apparente contraddizione, una nube che oscura il cielo e dati che ci dicono che, sostanzialmente, va tutto bene.
Forse il problema non sono i dati, forse dovremmo interrogarci su quanto i dati attualmente disponibili riescano davvero a raccontare tutta la complessità della realtà.
La fisica e la chimica ci insegnano che nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma. L’incenerimento non elimina i rifiuti, li trasforma. Una parte diventa emissioni gassose, una parte residui solidi, una parte ceneri e polveri che richiedono ulteriori trattamenti e smaltimenti.
Conosciamo molte delle sostanze che si formano durante la combustione e monitoriamo quelle che oggi la scienza considera più rilevanti per la salute e per l’ambiente, ma la storia dell’inquinamento industriale ci insegna anche una lezione di umiltà: ciò che oggi controlliamo è ciò che oggi conosciamo, e ciò che oggi conosciamo non coincide necessariamente con tutto ciò che esiste.
Ogni generazione ha scoperto troppo tardi gli effetti di sostanze che in precedenza erano considerate sicure o irrilevanti. Pensare che la nostra conoscenza sia definitiva sarebbe un errore.
Ogni incendio come questo ci ricorda anche un’altra cosa: i rifiuti non spariscono. Possono essere stoccati, interrati, esportati o inceneriti, ma continuano a rappresentare un problema ambientale che richiede gestione e responsabilità.
E allora forse dovremmo avere il coraggio di porci una domanda più scomoda.
Perché continuiamo a produrre quantità così elevate di rifiuti da dover costruire un’intera filiera industriale fatta di stoccaggi, trasporti, CSS, impianti di recupero energetico e discariche per le ceneri?
Perché continuiamo a discutere quasi esclusivamente di dove mettere i rifiuti, come trasportarli, dove accumularli e come bruciarli, invece di concentrare gli sforzi sulla loro riduzione?
Forse perché attorno ai rifiuti si è sviluppato un sistema economico enorme, che movimenta miliardi di euro tra raccolta, trattamento, trasporto, recupero energetico, smaltimento e gestione degli impianti. Un sistema che inevitabilmente genera interessi, investimenti, scelte industriali e decisioni politiche che gravano sempre più sull'ambiente e sulle tasche di cittadini e aziende.
La nube di Vicopisano non è soltanto il simbolo di un incendio, è il simbolo di un modello che continua a considerare normale produrre enormi quantità di materiali destinati, prima o poi, a diventare un problema per qualcuno.
Quando vediamo una nube nera alzarsi nel cielo ci indigniamo, ci preoccupiamo, pretendiamo spiegazioni, ma dovremmo forse chiederci perché ci colpisce così tanto vedere in poche ore ciò che, in forme diverse e meno visibili, accettiamo ogni giorno come parte inevitabile del sistema.
E forse la lezione più importante di Vicopisano è proprio questa: il problema non inizia quando scoppia l’incendio, il problema inizia molto prima, quando accettiamo come normale continuare a produrre rifiuti in quantità tali da richiedere impianti, stoccaggi, combustibili da rifiuto e discariche sempre più grandi per poterli gestire.
Comunicato stampa Comitato Trasparenza per Empoli
