23 Maggio 2026

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Strage di Capaci: la rivoluzione del "Metodo Falcone" che cambiò la lotta alla mafia

Strage di Capaci: la rivoluzione del "Metodo Falcone" che cambiò la lotta alla mafia

La memoria non si cancella, si fa strada. Il 23 maggio 1992, alle ore 17:56, cinquecento chili di tritolo posizionati in un cunicolo sotto l'autostrada A29 Palermo-Trapani sventrarono l'asfalto, spezzando la vita del magistrato antimafia Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e di tre agenti della scorta.

Il "Metodo Falcone": seguire il denaro per stanare la cupola

Per capire perché Cosa Nostra decise di scatenare una vera e propria azione di guerra contro Giovanni Falcone, è necessario comprendere la portata rivoluzionaria delle sue indagini. Fino al suo arrivo al pool antimafia di Palermo, l'organizzazione criminale veniva spesso trattata come un insieme di bande slegate o un fenomeno folcloristico.

Falcone cambiò radicalmente la prospettiva introducendo quello che in tutto il mondo sarebbe diventato celebre come il "Metodo Falcone", sintetizzato nella massima «Follow the money» (segui il denaro).

Il magistrato intuì che per colpire la mafia bisognava superare i reati di sangue e analizzare i flussi finanziari. Il suo lavoro si basava su pilastri investigativi precisi. Accertamenti bancari e patrimoniali: Falcone passava le notti a scartabellare assegni, distinte di versamento e registri contabili. Ricostruiva i passaggi di denaro dai traffici di eroina transoceanici fino alle banche svizzere o palermitane, dimostrando come i proventi illeciti venissero riciclati nell'economia legale.Visione unitaria di Cosa Nostra: Grazie anche alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, Falcone dimostrò che la mafia non era una galassia caotica, ma una  struttura piramidale, gerarchica e unitaria, governata da una "Cupola" (la Commissione). Il Maxiprocesso: Questa intuizione portò alla sbarra 475 imputati nel Maxiprocesso di Palermo (1986-1987), che si concluse con condanne pesantissime confermate definitivamente in Cassazione nel gennaio del 1992. Fu proprio quella conferma a decretare la condanna a morte del magistrato da parte dei vertici mafiosi.

Il cratere di Capaci e il sacrificio della scorta

Quel sabato pomeriggio di maggio, Falcone era appena atterrato all'aeroporto di Punta Raisi da Roma. Alla guida della Croma bianca c'era lui stesso, con la moglie Francesca Morvillo accanto.

L'esplosione, comandata a distanza da Giovanni Brusca appostato sulle colline sovrastanti, investì in pieno la prima auto del corteo, una Croma marrone. L'impatto fu talmente violento da sbalzare la vettura a decine di metri di distanza, in un campo d'ulivi.

A bordo di quell'auto persero la vita tre agenti della Polizia di Stato, giovani servitori delle istituzioni che condividevano con Falcone i rischi di una quotidianità blindata. Vito Schifani (27 anni), che lasciò la giovanissima moglie Rosaria Costa, la cui disperata preghiera ai funerali scosse le coscienze dell'intero Paese. Antonio Montinaro (29 anni), assistente capo della scorta, pugliese d'origine, che aveva scelto di restare a Palermo convinto dell'importanza di quel lavoro. Rocco Dicillo (30 anni), agente scelto, anche lui pugliese, prossimo al matrimonio.

Si salvarono miracolosamente gli agenti della terza auto (la Croma azzurra): Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, oltre all'autista giudiziario Giuseppe Costanza, che si trovava sul sedile posteriore dell'auto guidata da Falcone.

"La mafia non è affatto invincibile; è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine."

Giovanni Falcone

 

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