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San Lucchese e Buonadonna: la rivoluzione silenziosa dei primi terziari francescani

San Lucchese e Buonadonna: la rivoluzione silenziosa dei primi terziari francescani

Tra le colline della Valdelsa, a Poggibonsi, risuona da secoli una storia di trasformazione radicale. Non è solo la cronaca di un Patrono, ma il racconto di una coppia, Lucchese e Buonadonna, che nel XIII secolo scelse di passare dall'accumulo di ricchezze alla spoliazione totale, diventando il primo seme del laicato francescano.

Dalle armi al commercio: l'ambizione di Lucchese
Nato nel 1181 a Gaggiano, Lucchese (noto anche come Lucesio o Lucchesio), in gioventù inseguì la gloria delle armi, restando coinvolto nelle turbolente lotte politiche dell'epoca. Dopo una cocente sconfitta, fu costretto a fuggire e a rifugiarsi presso il Castello di Poggiobonizio. Qui, insieme alla moglie Buonadonna, costruì una fortuna. Erano mercanti abili, spinti da una forte ambizione sociale e, come ricordano le cronache, da una certa avarizia. Ma la vita aveva in serbo un cambio di rotta: la morte prematura dei figli e l'incontro folgorante con Francesco d'Assisi scossero nel profondo le loro coscienze.

"Frati Penitenti": la nascita del Terz'ordine
Lucchese e Buonadonna non vollero separarsi, ma desideravano seguire le orme del Poverello d'Assisi. Fu proprio San Francesco a indicare loro la via: rimanere nel mondo, restare uniti nel matrimonio, ma vivere come "Frati Penitenti".

Vestiti di una tunica color cenere e cinti dal cordone a più nodi, i due coniugi divennero i primi testimoni del Terz'ordine Francescano. Vendettero ogni bene, donarono il ricavato ai poveri e trasformarono la loro esistenza in un ministero di pace, digiuno e carità.

Il mistero della data: un testamento riscrive la storia
Per secoli la tradizione ha fissato la morte dei due coniugi al 28 aprile 1260, descrivendo una fine poetica: Buonadonna spirò per prima, tenuta per mano da Lucchese, che la seguì poche ore dopo.

Tuttavia, la ricerca storica ha regalato colpi di scena. Nel 1980, presso l'Archivio di Stato di Siena, è emerso un testamento del 1251 redatto da un artigiano di Poggibonsi, Forzore di Siribuano. Nel documento, Forzore disponeva una donazione da deporre proprio sulla tomba di Lucchese. Questa prova documentale anticipa la morte del Santo di almeno nove anni rispetto alla tradizione, confermando però quanto il suo culto fosse già radicato e prestigioso nella metà del Duecento.

Tradizioni e miracoli: la pioggia di San Lucchese

Quello tra Poggibonsi e il suo Patrono non è un semplice rapporto di devozione, ma un legame profondo che si respira nelle strade e attraversa i secoli, mescolando fede e antiche usanze popolari. Tutto comincia già dal giorno del loro addio: la leggenda narra infatti di un funerale prodigioso dove, nonostante un fortissimo acquazzone, né le bare dei due sposi né i presenti furono sfiorati da una sola goccia d'acqua. Un "miracolo della pioggia" che ancora oggi affascina i poggibonsesi.

L'attesa della festa si accende poi la sera del 27 aprile con i tradizionali "fochi": è un momento di grande partecipazione comunitaria, con i ragazzi che fanno a gara a chi accumula più legna lungo le sponde dello Staggia per innalzare i falò più alti.

Infine, c'è quella saggezza contadina che ancora oggi scruta il cielo con speranza: tra il giorno di San Lucchese e la festa della Madonna di Romituzzo, i cittadini attendono quasi con ansia un po' di pioggia. Il motivo è racchiuso in un celebre detto locale: "Tra San Lucchese e Romituzzo, polvere bagnata, annata fortunata". Un modo per dire che se l'acqua bagna la terra in questi giorni, il raccolto sarà generoso e la stagione benevola.

Oggi le spoglie del Santo riposano nella splendida Basilica di San Lucchese, che domina la città da un colle. Un luogo che ancora oggi parla di una scelta coraggiosa: quella di vivere nel mondo, ma con il cuore rivolto altrove.

 

Fonte A.Sto.P.

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