02 Marzo 2026

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Genitorialità a metà: il paradosso dei congedi

Genitorialità a metà: il paradosso dei congedi

di Yuleisy Cruz Lezcano

In Italia essere madre e lavoratrice è, ancora oggi, un atto di resistenza quotidiana. Nonostante l’ampliamento delle misure di sostegno alla genitorialità, il divario tra ciò che è previsto sulla carta e ciò che accade nella realtà resta abissale. I congedi parentali,oggi, sono una coperta corta, troppo corta per riuscire a proteggere i primi 12 anni di vita di un figlio, e ancora più corta per chi lavora nei settori pubblici più esposti, come la sanità.

Le dipendenti che lavorano in settori con carenza di organico, che si trovano incastrate in un sistema che offre strumenti rigidi, parziali e insufficienti. I congedi facoltativi (oggi retribuiti all’80% solo per i primi due mesi) sono spesso un privilegio per chi ha contratti stabili e retribuzioni medie: chi guadagna meno, spesso non può permettersi di prenderli, e chi ha più figli, si ritrova a dover scegliere: prendersi cura o lavorare. Se poi consideriamo la child penalty, quella penalizzazione lavorativa che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio, il quadro si fa ancora più cupo: il 25% delle madri under 35 abbandona il lavoro dopo il primo figlio, contro il 12% delle over 35. Se i padri migliorano la propria carriera, le madri rallentano, si fermano, si “precarizzano”. E se osano avere un secondo figlio, spesso lo pagano con l’azzeramento della crescita professionale e salariale. I dati INPS ci dicono che solo il 6% dei padri utilizza il massimo dei congedi parentali, mentre il 40% delle madri li esaurisce nei primi anni di vita del bambino. E non si può nemmeno trasferire il congedo non usufruito dal padre alla madre: un’assurdità normativa che lascia scoperti mesi fondamentali nella cura dei figli.

Caso particolare: padre residente all’estero che ha riconosciuto il figlio. Questo è uno dei casi più emblematici di quanto la normativa sia scollegata dalla realtà è quello dei padri residenti all’estero. Se un padre ha riconosciuto il figlio ma lavora, ad esempio, in Svizzera, a San Marino, o in qualsiasi altro Stato non convenzionato con l’INPS, il figlio residente in Italia perde ogni diritto al congedo da parte paterna. Il padre, infatti, non ha diritto al congedo parentale secondo la legge italiana, poiché non ha un rapporto di lavoro riconosciuto dal sistema previdenziale nazionale. A questo punto, il paradosso si manifesta in tutta la sua ingiustizia: la madre, pur lavorando in Italia, non può accedere alla parte di congedo non utilizzata dal padre. E non importa se il padre è assente, non collaborativo o impossibilitato. Quei mesi restano formalmente assegnati al padre, ma non sono fruibili né trasferibili, vengono semplicemente persi.

La normativa italiana, infatti, si fonda su una rigida simmetria: a ciascun genitore spettano 3 mesi non trasferibili di congedo parentale. Esiste poi un ulteriore periodo di 3 mesi da suddividere liberamente, ma la madre non può utilizzare i 3 mesi “incedibili” del padre, nemmeno nei casi in cui lui non sia in grado di esercitare il diritto, perché non lavora in Italia o non è iscritto all’INPS.

"Se il padre non può prendere il congedo, la madre lavoratrice dipendente può prendere i restanti mesi?" La risposta che cercate è un grande immenso e pesante  "No”. La normativa stabilisce che il limite del congedo parentale per la madre è di 6 mesi. I tre mesi previsti per il padre sono incedibili e quindi non possono essere utilizzati dalla madre". Questa assenza di flessibilità normativa penalizza le madri, che si ritrovano a colmare i buchi con ferie, permessi, ore non pagate, oppure affidando i figli a babysitter occasionali e in molti casi, sono costrette ad abbandonare il lavoro.

Le uniche situazioni in cui un genitore può fruire della parte spettante all’altro sono: i tre mesi “ripartibili” , quindi i genitori possono decidere chi dei due utilizzerà questa parte del congedo. Se il padre non li usa, la madre può prenderli, ma solo entro il tetto complessivo dei 9 mesi indennizzabili. Oppure nel caso di genitore solo, che comprende morte, abbandono o inabilità dell’altro genitore. In questo caso la madre può ottenere anche la quota che sarebbe spettata al padre. Ma se il padre è semplicemente residente all’estero e non ha diritto al congedo in Italia, la legge non riconosce alla madre alcuna “quota extra”. Questa è, senza ombra di dubbio una normativa cieca di fronte alla realtà. Infatti, la normativa non contempla nemmeno l’ipotesi, sempre più frequente, di famiglie internazionali o non conviventi, in cui uno dei genitori lavora all’estero, o non esercita attivamente la genitorialità. Il sistema presume che: entrambi i genitori risiedano e lavorino in Italia; ci sia un accordo e una gestione condivisa dei permessi; la genitorialità sia simmetrica, equilibrata e giuridicamente esercitata. Ma questa non è la realtà di migliaia di famiglie italiane.

Chi paga allora questo vuoto normativo? Le madri sole e i bambini.

Le conseguenze sono pesanti: le madri devono usare tutte le ferie e i permessi per gestire le malattie o le emergenze dei figli; e una volta esauriti i congedi obbligatori, non esistono strumenti di tutela nei primi anni di vita del bambino. Chi non ha una rete familiare finisce per pagare di tasca propria babysitter non certificate, affidando loro ore cruciali di cura e affetto.

Nel frattempo, l’Italia continua a distribuire bonus e sconti contributivi, senza affrontare il cuore del problema: la mancanza di una visione strutturale e inclusiva della genitorialità. Con un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa (1,2 figli per donna), l’Italia non può più permettersi una normativa che ignora le famiglie atipiche, miste o transfrontaliere. Le madri scelgono di fermarsi a un solo figlio non per egoismo, ma per sopravvivenza. E troppe donne sono costrette a lasciare il lavoro non perché non vogliono lavorare, ma perché il sistema non offre alcuna alternativa reale. Non bastano i bonus, né le campagne di incentivo alla natalità. Serve una riforma vera dei congedi parentali, che: riconosca i casi particolari come quelli dei genitori non residenti o non conviventi; consenta la trasferibilità effettiva dei congedi in caso di impossibilità; introduca procedure straordinarie per tutelare il genitore realmente presente nella vita del bambino.

Perché oggi, in Italia, la genitorialità è a metà, e la metà che resta scoperta, ancora una volta, è sulle spalle delle madri.

 

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