Dal Congo del 1961 al mondo del 2026: quando la storia del neocolonialismo si ripete
di Yuleisy Cruz Lezcano
Il 17 gennaio 1961, a Elisabethstad, nello Stato secessionista del Katanga, Patrice Émery Lumumba, primo Primo Ministro democraticamente eletto della Repubblica Democratica del Congo, veniva sequestrato e assassinato con il coinvolgimento diretto dei servizi segreti belgi e statunitensi. Oggi questo fatto non appartiene più al terreno delle accuse politiche, ma a quello della storia documentata: commissioni parlamentari belghe, archivi declassificati della CIA e una vasta produzione accademica hanno accertato che Lumumba fu eliminato perché percepito come una minaccia strategica agli interessi occidentali nel cuore dell’Africa, più che per un reale allineamento con l’Unione Sovietica.
Lumumba rappresentava un’idea di indipendenza che andava oltre la semplice fine del dominio coloniale. Formatosi in un contesto educativo eccezionale per un congolese dell’epoca, giornalista, sindacalista e leader politico, aveva maturato una visione di sovranità piena che includeva il controllo delle risorse naturali, l’africanizzazione delle istituzioni statali e la denuncia del debito coloniale imposto al nuovo Stato congolese. Proprio questa impostazione lo rese rapidamente incompatibile con gli equilibri internazionali della Guerra Fredda, in cui l’Africa era considerata uno spazio di competizione strategica più che un insieme di nazioni sovrane.
L’eliminazione di Lumumba non fu un episodio isolato, ma l’inizio di una lunga stagione di neocolonialismo mascherato. La secessione del Katanga, ricca di minerali strategici, il sostegno occidentale a Mobutu Sese Seko e la stabilizzazione autoritaria del Paese risposero a una logica chiara: garantire accesso alle risorse e allineamento geopolitico in cambio di sostegno politico e finanziario. Per oltre trent’anni, il Congo rimase formalmente indipendente ma sostanzialmente subordinato, mentre il nome di Lumumba veniva rimosso dalla politica reale e confinato alla memoria simbolica.
A distanza di oltre sessant’anni, il mondo è profondamente cambiato, ma alcune dinamiche fondamentali restano sorprendentemente simili. Nel 2026 l’ordine internazionale non è più bipolare, eppure la competizione tra grandi potenze continua a ruotare attorno a territori chiave e risorse strategiche. La Repubblica Democratica del Congo è tornata al centro dell’attenzione globale non per ragioni ideologiche, ma per il suo ruolo cruciale nella catena di approvvigionamento di materie prime indispensabili alla transizione energetica e tecnologica. Il cobalto, essenziale per batterie, sistemi digitali e applicazioni militari avanzate, rende oggi il Paese nuovamente oggetto di pressioni esterne, interferenze politiche e instabilità cronica.
La continuità con il passato non risiede tanto nelle forme, quanto nella logica di fondo. Se negli anni Sessanta si ricorreva a colpi di Stato, secessioni pilotate e assassinii politici, oggi gli strumenti sono più sofisticati e meno visibili: sanzioni economiche, condizionamenti finanziari, controllo delle filiere globali, operazioni coperte e guerre per procura. Cambia il linguaggio, che non è più quello dell’anticomunismo ma della sicurezza, della stabilità regionale e della difesa della democrazia, mentre resta invariata la tendenza a delegittimare o isolare leadership percepite come troppo autonome.
Il caso Lumumba assume così un valore che va oltre la storia africana e diventa una chiave di lettura del presente. Le sue denunce sul debito, sulla dipendenza economica e sull’indipendenza incompleta anticipavano questioni che nel 2026 sono al centro del dibattito globale, dalla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali alla giustizia storica, fino al diritto dei Paesi ricchi di risorse di decidere autonomamente il proprio modello di sviluppo. Il fatto che il Belgio abbia chiesto perdono solo nel 2006 e che gli Stati Uniti abbiano riconosciuto il proprio coinvolgimento nel 2014 senza presentare scuse formali conferma quanto sia difficile, per le grandi potenze, fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni.
La storia non si ripete mai in modo identico, ma tende a riproporre le stesse strutture di potere in contesti diversi. Nel 2026, in un mondo attraversato da nuove rivalità globali e da una corsa accelerata alle risorse, il destino di Patrice Lumumba continua a interrogare il presente. Non come semplice tragedia del passato coloniale, ma come monito su ciò che accade quando la sovranità di uno Stato entra in conflitto con interessi geopolitici più grandi. In questo senso, il Congo di ieri e quello di oggi non sono poi così lontani.
Fonte: JFK Files: Minutes of Special Group Meeting, Top Secret (CIA, 25 agosto 1960) - National Security Archive
