11 Gennaio 2026

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Tra buchi neri e microprocessori: dialogo filosofico tra due menti assolute

Tra buchi neri e microprocessori: dialogo filosofico tra due menti assolute

di Yuleisy Cruz Lezcano

 

Quando si parla di genio, la mente corre inevitabilmente allo spettro della creazione: quella forza invisibile che plasma il pensiero oltre il mondo tangibile. L’8 gennaio del 1942, a Oxford, nasceva Stephen William Hawking, l’uomo che fece dei confini dell’universo, dei buchi neri e del tempo stesso oggetto di riflessione scientifica e filosofica. La sua storia – di un pensatore che ha vissuto oltre cinquant’anni con una malattia che avrebbe dovuto spegnerlo in pochi anni – è un fenomeno di ascendenza e trascendenza che trascende i confini del corpo, ponendo la mente in uno spazio in cui solo pochi riescono a comparire davvero. Hawking ha trasformato equazioni e concetti scientifici in modi di pensare e di essere nel mondo, scoprendo che l’universo ha singolarità dietro ogni angolo e che l’energia del cosmo è intrecciata con la stessa natura dell’informazione.

In parallelo, a Vicenza, Federico Faggin incarna un’altra forma di genio, meno visibile sulle cattedre accademiche tradizionali ma altrettanto rivoluzionaria nella sua influenza globale. Faggin è il fisico nato a Vicenza che progettò e diede vita al primo microprocessore commerciale, l’Intel 4004, un atto di creazione tecnica che ha generato la base dell’era digitale moderna e ha cambiato irreversibilmente il modo in cui pensiamo e viviamo la tecnologia — come fondamento dell’informatica e delle comunicazioni globali.

A prima vista Hawking e Faggin sembrano incarnare due paradigmi diversi: il cosmologo che indaga sull’infinitamente grande, l’ingegnere che plasma l’infinitamente piccolo. Ma ad uno sguardo più profondo, entrambi mostrano come il genio non sia un mero accumulo di conoscenze, bensì un atto di visione. Hawking, esplorando buchi neri e l’origine dell’universo, ha sfidato le nozioni consolidate di spazio e tempo; Faggin, con il microprocessore, ha inaugurato la capacità umana di moltiplicare la sua intelligenza attraverso macchine.Entrambi hanno portato alla luce identità nascoste: Hawking, tra relatività e meccanica quantistica; Faggin, tra scienza umana e tecnologia. Entrambi operano in quella zona liminare che Arthur Schopenhauer attribuiva al genio, dove «il genio e la locura vivono in un mondo diverso da quello degli altri».

La loro opera, in termini filosofici, può essere interpretata come risposta a quella tensione eterna tra desiderio e azione. Hawking, confinato in un corpo che gradualmente si sottraeva alla sua volontà, ha consegnato all’umanità concetti di straordinaria complessità, rispondendo all’aforisma «Colui che desidera ma non agisce genera pestilenza» con la prova che la mente, pur nella sua vulnerabilità, può creare opere di enorme portata. Faggin, da parte sua, ha trasformato il desiderio di potenziare la capacità umana in un codice di silicio, traducendo intuizioni in strumenti capaci di amplificare la coscienza collettiva.

Nei termini di quella stessa poesia che ha affascinato filosofi e poeti — Tutto scricchiola, amore e bellezza, finché l’Oblio li getta nel suo cesto per restituirli all’Eternità! … I miei sogni arrivano in tumulto per placare la sete in questi abissi amari — entrambi gli scienziati hanno abbracciato il tumulto delle visioni e lo hanno trasceso in idee che rimangono oltre la loro esistenza corporea. In Hawking, la singolarità diventa metafora della possibilità di trovare senso oltre il limite fisico, mentre in Faggin la creazione tecnologica diventa simbolo di un desiderio di espansione senza fine.

Nel dialogo tra queste due figure – il cosmologo che ha dato un linguaggio ai confini dell’universo e l’ingegnere che ha dato forma alla coscienza digitale – emerge un filo comune: il genio come tensione tra desiderio e azione, tra intuizione e concretizzazione. Filosofi come Henri Bergson hanno sostenuto che il progresso non è lineare ma è un salto creativo, e in questo salto risiede l’essenza stessa del genio. Hawking e Faggin rappresentano due salti creativi in epoche e campi differenti, ma entrambi testimoniano che ciò che chiamiamo realtà non è un dato statico, bensì un continuo atto di creazione, una danza tra mente e mondo.

La loro eredità non è soltanto nei risultati accademici o tecnologici, ma nel modo in cui hanno ampliato la nostra visione di ciò che è possibile quando l’energia creativa della mente supera il vincolo del qui e ora, proiettandosi verso l’Eternità del pensiero.

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