Senza volto, senza responsabilità: la mutazione etica dello sguardo contemporaneo
In molte società contemporanee lo sguardo ha smesso di essere il primo gesto della relazione per diventare una tecnica. Non è più il luogo in cui l’altro appare come presenza irriducibile, ma uno strumento che anticipa il giudizio, classifica, neutralizza.
La mutazione è sottile e per questo tanto più pervasiva: lo sguardo non viene abolito, viene riconfigurato. Continua a funzionare, ma non per creare legami; opera piuttosto come filtro, come griglia di lettura che precede l’incontro e lo svuota di responsabilità.Le conseguenze non sono solo sociali o politiche, ma profondamente etiche, perché toccano la possibilità stessa della compassione.
Emmanuel Levinas ha insistito con radicalità su questo punto: il volto dell’altro non è un dato visivo tra gli altri, ma un evento etico. Il volto mi interpella prima ancora che io possa giudicarlo; mi obbliga senza costringermi, mi espone a una responsabilità che non ho scelto. Quando l’altro viene ridotto a profilo, a categoria, a dato statistico, il volto scompare e con esso l’obbligazione morale. Non è un caso che le forme contemporanee di violenza simbolica e materiale prosperino proprio laddove l’altro non è più incontrato, ma rappresentato. La riduzione dell’essere umano a informazione rende possibile un trattamento che sarebbe impensabile nella presenza faccia a faccia.
Michel Foucault aveva già mostrato come il potere moderno non si fondi principalmente sulla repressione spettacolare, ma su dispositivi di visibilità asimmetrica. Il Panopticon non funziona perché qualcuno guarda sempre, ma perché ciascuno interiorizza lo sguardo del controllo. Oggi questa intuizione trova una realizzazione tecnologica senza precedenti. Algoritmi di sorveglianza predittiva, sistemi di social scoring, profilazioni comportamentali operano una forma di visione che non ha più bisogno di comprendere: basta misurare. In contesti come la Cina, dove il sistema di credito sociale associa comportamenti individuali a premi e sanzioni, lo sguardo istituzionale non vede persone, ma indici di affidabilità. Ma dinamiche analoghe, seppur meno formalizzate, attraversano anche le democrazie occidentali, dove la reputazione digitale, l’esposizione mediatica e la viralità delle piattaforme producono forme di disciplinamento sociale diffuse. Lo spazio pubblico globale è sempre più segnato da pratiche di disprezzo e umiliazione collettiva che si alimentano di questa trasformazione. La cosiddetta “cancel culture”, pur nascendo spesso da istanze legittime di giustizia simbolica, mostra il lato oscuro di uno sguardo che non riconosce più la complessità del soggetto. L’individuo viene congelato in un frammento della sua identità, in una dichiarazione, in un errore, e consegnato a un giudizio permanente.
Hannah Arendt aveva già osservato come il male possa assumere forme banali quando il pensiero critico viene sospeso e l’altro smette di apparire come persona. Oggi la banalità non è solo del male, ma anche dello sguardo che lo rende praticabile.
La comunicazione politica e mediatica contemporanea amplifica questo processo. La selezione dei temi, la loro esposizione ossessiva o la loro rimozione sistematica non rispondono soltanto a criteri di rilevanza, ma a equilibri di potere che operano a livello transnazionale. Studi di sociologia dei media, da Pierre Bourdieu a Noam Chomsky, hanno mostrato come l’agenda pubblica sia strutturata da filtri che determinano ciò che può essere visto e ciò che deve restare invisibile. In questo senso, lo sguardo collettivo viene guidato, orientato, talvolta saturato, affinché alcune domande non trovino spazio di sedimentazione. Non si tratta di confutare idee alternative, ma di privarle del tempo necessario per diventare pensiero condiviso.
Durante la pandemia, questa dinamica ha raggiunto un’intensità inedita. Le politiche emergenziali hanno prodotto una divisione morale tra cittadini “responsabili” e “irresponsabili”, spesso basata su criteri amministrativi più che su valutazioni etiche. Il ricorso a strumenti come il Green Pass in diversi paesi europei ha normalizzato l’idea che diritti fondamentali possano essere sospesi selettivamente in nome di una sicurezza definita dall’alto. Al di là del giudizio sulle singole misure, ciò che merita attenzione è il cambiamento dello sguardo: una parte della popolazione è stata percepita e rappresentata come minaccia statistica, non come insieme di volti concreti. La conseguenza è stata una legittimazione diffusa dell’esclusione sociale, accompagnata da una comunicazione pubblica che ha spesso fatto ricorso al linguaggio della colpa e del sospetto.
Questo stesso sguardo si ritrova in altri contesti internazionali, dalle politiche migratorie europee alla gestione dei confini negli Stati Uniti o in Australia. I migranti vengono descritti prevalentemente come flussi, numeri, emergenze, raramente come persone portatrici di storie singolari.
Zygmunt Bauman ha parlato di “vite di scarto” per indicare quegli esseri umani che il sistema globale non riesce o non vuole integrare e che, proprio per questo, diventano invisibili come soggetti morali. Quando l’altro è ridotto a problema da gestire, la compassione appare come un lusso inefficiente. La perdita della compassione non avviene dunque per un improvviso irrigidimento dei cuori, ma per una ristrutturazione delle condizioni percettive ed emotive della vita sociale.
Martha Nussbaum ha mostrato come le emozioni pubbliche non siano spontanee, ma coltivate o inibite da istituzioni, narrazioni, pratiche educative. Uno sguardo che abitua a vedere l’altro come dato, come rischio o come devianza rende sempre più difficile l’esercizio dell’empatia. La violenza contemporanea, spesso verbale ma non per questo meno reale, nasce da qui: da una comunicazione che precede già armata, perché non riconosce più un volto a cui rispondere.
Recuperare uno sguardo capace di legame non significa rifiutare la complessità del mondo digitale o delle società globalizzate, ma reintrodurre una dimensione etica nella visibilità.
