02 Febbraio 2026

Icona Meteo 9 °C Nubi sparse

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisicing elit. A accusamus cumque excepturi illum iste magni minus quaerat rerum tenetur voluptatibus!

Lettera aperta all’ospedale di Campostaggia e ai suoi utenti

Lettera aperta all’ospedale di Campostaggia e ai suoi utenti

di Simona Pacini

Scrivo questa lettera aperta per porgere le mie più contrite scuse, per quanto sincere, all’intero ospedale di Campostaggia e a tutti i suoi utenti. Scuse alle quali si aggiungono anche quelle di mia madre che, con la sua sola presenza, ha creato la serie di problemi che vi dirò.

Ma la principale responsabile di tutto questo, mi duole dirlo, sono io.

È stata infatti una mia idea, dovendo fare entrambe un prelievo di sangue, quella di utilizzare il servizio senza prenotazione disponibile a Campostaggia. Preciso, a sua discolpa, che mamma ha insistito fino alla fine perché prenotassimo in Campolungo. Ma anche io ho insistito per Poggibonsi.

E questo perché a me, pensare di dovermi presentare a un appuntamento prenotato al minuto spaccato, fa salire l’ansia. Molto meglio lo spazio libero, tra le 9.30 e le 11, senza cronometro, del punto prelievi di Poggibonsi.

Ne ho già approfittato diverse volte e, ammetto, una o due è andato tutto bene. Altre volte, forse la maggior parte, c’è stato qualche problema. Ma non me ne sono fatta un cruccio. Sarò ansiosa, ma sicuramente non pessimista. E allora, questa volta, penso, andrà meglio.

La mattina che abbiamo scelto di andare, pioveva. E anche questo non agevola lo spostamento perché mamma, oltre a un’età, ha anche una stampella, o un bastone, o un ombrello, come quella mattina, che usa per appoggiarsi mentre cammina e per non bagnarsi mentre attende.

Quindi, atteso pazientemente che le macchine bloccate nel piazzale si muovessero, ho guadagnato una posizione davanti all’ingresso, dove mi sono fermata per far scendere mamma mentre io avrei cercato un posteggio.

“Prendi due biglietti, mi raccomando” le ho detto.

Quando, diversi minuti dopo, sono riuscita ad arrivare al primo piano, c’era diversa gente. Mai però quanto quella che occupava la sala d’aspetto davanti al punto prelievi.

Persone in piedi, persone appoggiate alla colonna, persone sedute. Sul display, una preoccupante sfilza di numeri bassi preceduti da ZC (se ben ricordo). In ogni caso niente a che vedere con i nostri numeri dopo la P.

Ci siamo sedute, una qua una là, dove abbiamo trovato posto, e abbiamo cominciato ad attendere, pazientemente. Qualcuno già mugugnava, ma si sa com’è la gente, che pretende sempre tutto e subito.

Noi, forti del nostro numerino, eravamo tranquille.

Insomma, mamma ha cominciato a dubitare della mia decisione e me l’ha fatto sapere, ma io ero seduta piuttosto distante e ho potuto far finta di niente.

Sembrava molto tranquillo anche il display, che mostrava sempre i soliti numeri bassi preceduti da ZC (o ZR, ma non è questo il punto).

È passata una bella mezz’ora e noi eravamo ancora sedute lì,in mezzo a tutti gli altri, senza che nessun numerino con la P si fosse affacciato sul display. Poi ne è passata un’altra. E ormai erano già le 10.30 e più.

Poi, come accade nelle cose della vita, è arrivato anche il turno delle P. La sala d’attesa si è svuotata e il display ha cominciato a macinare numeri alla velocità della luce finché, almeno dieci minuti prima delle 11, è arrivato anche il nostro turno.

Siamo dunque andate dalle infermiere armate di ricetta, numerino e tessera sanitaria. Mi sono seduta sulla poltrona e la mia infermiera ha detto: “Ecco, questa mi garba di più”. Non ho chiesto rispetto a chi.

In un balletto mi ha tolto due fialette di sangue (credo, in genere evito di guardare) e sono uscita, lasciando mamma, che pure sarebbe stata prima di me, in attesa.

Quando è uscita, però, si è capito quale fosse il problema di quella mattina. Glielo ha spiegato la sua infermiera senza mezze parole.

“Signora, con tutti questi esami che ha da fare ha sbagliato a venire senza appuntamento. Così crea ritardi a tutti quelli che vengono dopo di lei. Non va bene”.

Sono quasi sicura che mamma si è presa la colpa senza denunciarmi all’Ice degli infermieri, dal momento che la responsabilità, come ho già detto, era mia.

“Vede? - ha continuato l’infermiera di mamma - ora io devo prenderle più di una fiala di sangue e questo rallenta tutto il nostro lavoro. E a quelli che sono là fuori, ci pensa? Tutta gente digiuna”.

Mamma mi ha detto che le sue fiale di sangue erano due, come le mie, che pure garbavo di più a quell’altra infermiera forse proprio per il numero più basso di esami. Al che abbiamo pensato che forse la fatica maggiore, per le infermiere, consisteva nel dover applicare un numero esagerato di etichette adesive.

Non so se, dall’alto della sua età, mamma ha avuto la forza di spiegare a quella donna che anche lei era digiuna e che anche lei attendeva da un’ora e mezzo.

Tra l’altro, c’è da dire che le persone in attesa dopo di noi erano rimaste ben poche, una decina se non di meno.

Però volevo tranquillizzare tutto l’ospedale di Campostaggia. Abbiamo imparato la lezione e in futuro non torneremo a creare ingorghi al punto prelievi.

Andremo a Colle, dove nessuno, almeno fino a oggi, ci ha mai brontolato o accusato di causare da sole i problemi dell’intera sanità.

© Riproduzione riservata.
Condividi: