Storia di un incidente e di un ricovero a Campostaggia tra incuria, arroganza e professionalità: la lettera di una nostra lettrice

Il pronto soccorso di Campostaggia

E’ una storia di un incidente e di un ricovero a Campostaggia trascorso tra incuria, arroganza e professionalità di medici e infermieri, quella che ci racconta una nostra lettrice in una lettera inviata al giornale (nelquotidiano@gmail.com)

Brutta caduta con la bici da corsa. Gli scarpini non si staccano, la bici fa da leva e mi tira fuori la testa del femore dall’anca. Dolore impossibile. Arriva l’ambulanza a prendermi, a terra e urlante, alla rotonda nei pressi del Bar dell’Orso a Monteriggioni. L’anca è lussata, si è rotto un frammento dell’acetabolo, del ginocchio non ne parliamo… Mi caricano sull’ambulanza con la spinale, ma ogni movimento mi provoca fitte violente. Tentano di farmi indossare una mascherina, ma urlo e ho la nausea e non respiro.. Me la tolgo.

“Eh no, ferma l’ambulanza, se la paziente rifiuta la mascherina il protocollo prevede che ci si fermi!”, intima inclemente la dottoressa alle mie spalle. Non ho forze per ribellarmi..ma gli urti di vomito durante il viaggio la portano ad essere “lievemente indulgente” sul fatto che io mi scopra la bocca. Arrivo in pronto soccorso, tutta legata e con la gamba estroflessa e piegata che fa così male, ma così male. Mi chiedono se voglio un antidolorifico e l’infermiere mi consiglia di stendere la gamba perché altrimenti, per posizionarmi per le radiografie, sarei stata mossa dal radiologo e avrei sentito più dolore. Con l’antidolorifico nel braccio, diligente? disperata? ci provo, anche perché restare in quella posizione era impossibile da sopportare per il dolore, simile per intensità a quelli del parto (che non è vero che si dimenticano). Nessun ortopedico mi ha vista, nonostante fossero le  17 di giovedì pomeriggio del 24 febbraio scorso. Ho provato piano piano a ricondurre la gamba in posizione normale secondo le indicazioni dell’infermiere, lentamente la muovevo un po’ alla volta. Ho sentito “stra-tra” una prima volta, e mi ha tolto il fiato e la vista per un po’. Poi ho fatto quel movimento un’ultima volta, e la gamba è rientrata in posizione. Mi hanno portata a fare i raggi: nessuna frattura apparente.

“Ma sto male.. l’anca, il ginocchio, i legamenti.. fatemi una risonanza!”. Mi dicono che non si può in regime di pronto soccorso. Provano a mettermi in piedi e farmi camminare (dopo una lussazione!! …che però nessuno aveva individuato). Ovviamente non ero in grado di farlo. Allora decidono per una tac. Da quella viene riconosciuta la frattura dell’acetabolo e la presenza di un frammento osseo finito nell’articolazione dell’anca. Decidono di farmi passare la notte in osservazione, mi parlano della necessità di un intervento chirurgico.

L’ortopedico finalmente mi ha visto, ma solo la mattina successiva. Facendosi raccontare da me, ha capito che si era trattato di una lussazione all’anca, e ha commentato dicendo che è quasi impossibile che ci si riconduca da soli il femore nella giusta posizione nel bacino. Il punto è che il dolore feroce mi ha spinta a trovare una soluzione, a fare dei movimenti istintivi, altrimenti sarei rimasta con la gamba fuori posizione per tutta la notte. E ora so che per limitare i danni una lussazione va ricondotta entro le sei ore… Possibile che non sia venuto in mente a nessuno di chiamare un ortopedico? Erano le 17, quando sono arrivata, e non notte fonda… 

Si è programmato l’intervento di lì a tre giorni per rimuovere il frammento di acetabolo. Sono stata trasferita in ortopedia. 

Il primario, il dottor Manetti, mi ha presa in carico, operata e curata. Infermieri e dottori scrupolosi mi hanno accudita, per fortuna (il dottor Sozio, Cinzia Bindi, Filippo, per fare qualche nome). Ma non è stata, nel complesso, una esperienza dignitosa. Perché? Non tutte le OS sono accuditive. Per esempio, vista la posizione che dovevo tenere, stavo bene con il camice, quello aperto dietro, che si usa per la sala operatoria e che mi avevano fatto indossare quando sono arrivata.

Ma no, non potevo tenerlo: c’è stata chi mi ha tormentata ogni mattina denunciando il mio “abuso di camice” (finché la caposala non mi ha tranquillizzata dicendo che certo, se con quello stavo bene, avevo tutto il diritto di tenerlo: va salvaguardato il benessere del paziente!). E sono rimasta più di un’ora nel letto bagnato dalla mia urina dopo che mi hanno tolta la padella, perché le stesse OS del camice mi hanno detto che era previsto il cambio del letto solo al giro successivo.

Per chiudere in bellezza, una nota circa il momento della dimissione: la dottoressa che mi ha preparato la lettera per il medico curante ha scritto “arrivata con lussazione ricondotta prima dell’ingresso in pronto soccorso”. Eh no! Non è andata affatto così!

Me ne sono lamentata e ho chiesto la correzione. “Scusi, ma io non lo sapevo”, si è giustificata. Poi ho letto ancora “applicati punti metallici”. A me risultava un altro tipo di sutura. Ha risposto che di solito si fa così. Le ho chiesto di informarsi. “In effetti, ha ragione”. Le ho fatto correggere per due volte, domandandomi perché si scrivono informazioni non controllate…

Mi sono accorta poi che nella lettera non erano state riportate indicazioni circa la rimozione dei punti (da fare in ospedale o dal medico curante? dopo quanto tempo?), ma ho scritto una mail al medico che mi ha operata, che mi ha dato, lui sì, informazioni certe. 

Perché scrivo questo memoriale? Perché ho voce, ho energia e volontà, e mi sento in dovere di denunciare in nome di tutti quelli che non sanno o non possono farlo. E perché si prenda atto. E perché si prenda atto, come comunità, che i tagli alla sanità pubblica uniti ad una certa dose di incuria o di mancata formazione all’accoglienza possono produrre disagi significativi quando si è più deboli e bisognosi di aiuto

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le immagini sono di repertorio